Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: tempo

Tweet-action-pièce

Il sole si affaccia

sul palcocielo

e subito esce

(sbaglia forse

il tempo?…).

Annunci

72

Se lascio fare alla desolazione, senza

neanche un grammo di pietà per la cara

(ma forse usurpata) inclinazione

alla speranza, vedo,

nelle profondità vertiginose ma limpide

del mare, perle

che un tempo furono occhi.

Ho appeso il tempo a un festone

Ho appeso il tempo a un festone

dello scorso Natale, preso da uno sgabello

(il festone), appoggiato, credo,

senza pensarci, solo, forse, perché

altra novella lo scansò.

La paura dello straniero risponde a un istinto di autodifesa

La paura dello straniero risponde a un istinto di autodifesa, cioè di sopravvivenza. Il problema cruciale e paradossale, nel tempo della Globalizzazione, è che, di stranieri a tutti gli effetti, non c’è n’è più. Se il vero straniero è quel soggetto di cui non sai niente e da cui puoi aspettarti di tutto, oggi, sorry, il vero straniero è una chimera. Nei fatti, nell’esperienza, il cosiddetto “straniero” è, caso per caso (e volentieri etnia per etnia), solo una combinazione di nozioni elementari e luoghi comuni, di vaneggiamenti culturali e vigliaccherie politiche.

3 parole su cui, attualmente, caco

_20190513_204331

Realpolitik (rimanda a quelli che ti avvisano di saperla lunga proprio perché badano al sodo, non si faccia l’errore di sottovalutarli, cioè di non prenderli per intellettuali; tenera e odiosa)

Confini (sempre al plurale, come dire: vedi mai; patetica e odiosa)

Sovranità (triste riaccensione romantica in risposta alla vertigine di un Mondo che si rimescola, ovvero nel tempo della depressione del soggetto: ora è sempre Don Chisciotte; ridicola e odiosa)

È solo che siamo abituati a considerare

È solo che siamo abituati a considerare

reale (“reale” è un predicato difficile da spiegare)

e sensato (“sensato” invece è un predicato

difficile da pensare) il corso del tempo:

reale perché duro come il diamante

o un comandamento

o un tabù; sensato perché fondante

l’interpretazione di quella durezza.

Detto questo, aggiungo che potrebbe

riuscire divertente, ancorché illuminante,

liberare il tavolo dall’usata stampella,

ricombinando tutto altrimenti.

Scrivere per far soldi (incipit)

Non ho più tempo, diversi indizi me lo confermano. La coop di servizi bibliotecari per cui lavoro sta andando in malora per i debiti e perde, uno dopo l’altro, appalti storici. Ho sessant’anni e ho paura, perché, dei gigli di Gesù Cristo, a me, non frega un cazzo. Mi cago talmente addosso, insomma, che, a questo punto, l’unico rimedio che mi viene in mente è scrivere un romanzo di suc-cesso (pardon).

Incipit di un’idea di romanzo, lungo almeno quanto la “Recherche”, che si potrebbe intitolare “La seduta”

Lo lascio dire:

– Non ho progetti e neanche ne faccio, non sono capace. Finito lo sgobbo, torno a casa, mi calo in poltrona, bevo birra e aspetto che una certa sequenza di parole mi incanti. Se ho fortuna, registro la sequenza su carta o su un file e poi ci giro intorno. Tutto qua il mio “scrivere”.

Ammutolisce per un tempo che mi sembra lunghissimo ma io, duro, non fiato. E finalmente aggiunge:

– Se mi penso “scrittore”, mi vengono in mente termini come “setaccio” e “scolapasta”… già “crogiuolo” per me è troppo.

Questa è buona

Questa è buona

anche per i tempi

che corrono, perché si capisce,

e si capisce perché ha dentro

per ben tre volte la parola “capisce” –

credo.

 

Ma infatti, no?, censurando la parola suddetta, il risultato (meno friendly) sarà il seguente:

 

Questa è buona,

anche per i tempi

che corrono, perché si,

e si perché ha dentro

per ben tre volte la parola –

credo.

Cose a parte

Non dirmi: “Te l’avevo detto”,

ché lo so, ché forse c’è

una ragione (e trema), se ho ignorato

la tua premura.

 

Non mi resterà, alla prossima occasione,

che contare le margherite, prima

di rasare il prato,

per non stare in pace.

 

Anni ho bruciato sotto il cielo

del tempo libero, ma è difficile,

pasticciando col linguaggio,

produrre ancora del mistero.

 

Lo scoiattolo non si è più visto, confermi? –

deplorevole, insomma, che sia caduto,

una volta, quella sola, come un fesso,

nella rete del tuo sguardo.