Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: sole

Perlopiù

Che coglioni, perlopiù, il racconto

dei patemi personali: il pomeriggio di sole,

il vecchio sul balcone, la comitiva

di orientali, le due ragazze che se le danno,

il pensiero poetico, il risentimento, etc. –

 

Certo, sì può partire dal passero

solitario o dalla luna o da un canto

che viene dalla casa di fronte

o da un pastore (orrore) che rimugina

prima di calare la palpebra –

 

certo, ma non potrà che essere

come… come un galleggiante!

Sì, trattenuto dal peso

immane dell’orrore – se no, l’unico

rimedio è grattarsi.

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Se il rumore del traffico

Se il rumore del traffico

è sovrastato dal canto (?)

delle cicale, tutto il resto

corrisponde: i croceristi

che prendono il sole

in mezzo al mare, le ortensie

vecchio stile che esibiscono

la loro dualità, i gatti assenti

nell’ora del dileggio.

Per quanto ristretto

l’intorno di riferimento,

è inestirpabile la radice.

 

Quei ricordi saranno gli ultimi

(Vissuto western.)

 

Quei ricordi saranno gli ultimi…

Ti giuro, la Frontiera, col suo bravo

set di monoliti, sole e nativi.

Non sentivo più, ormai,

la polvere negli occhi e fra i denti.

Rock, il mio appaloosa rosa,

mi reggeva, mi portava, mi bastava.

Lo dico nonostante il cielo

Lo dico nonostante il cielo, il Sole

e, in generale, le ragioni

della difesa: bisogna portarsi

tutto da casa,

un presente, un passato,

un futuro, un mondo.

Basta cielo

Basta cielo, basta sole, basta nuvole, basta alberi, basta terra, basta acqua, basta vento.

Si può immaginare in forma drammaturgica, come una scena in cui

un personaggio, con le mani avanti e i palmi rivolti all’insù, dice:

 

Ecco, questo è qualcosa.

 

(Il personaggio chiede forse di leggere il mondo nell’ombra portata?)

Sembra sempre

Sembra sempre, infatti,

Mezzogiorno di fuoco, con la sua

bella scena madre e tutto –

specialmente, va senza dire,

il sole a picco sulla poca

mano esperta.

Democracy in America. Un brano #4

Dietro il velatino ombroso, due elementi: uno piccolo, sulla sinistra, per terra, e uno enorme, al centro, per aria.

Il primo elemento è un caravaggesco corpo plasticamente supino di bambino, illuminato da uno spot zenitale di luce gialla calda (al livello della platea, dov’ero, vedevo solo il rosa soffuso della massa carnosa e un gomito).

Il secondo elemento, composto a sua volta di due elementi, mi riesce molto più difficile descriverlo. Meglio partire da una metafora, io direi di pensare a due mastodontiche bielle rotanti lentamente, con produzione di prospettive e spessori sempre indecifrabili (il velatino impedisce, ricordo, di “vedere”). I due elementi sembrano lettere dell’alfabeto ebraico, e hanno pressappoco questa forma:

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Sicché, mentre, baciato da un raggio di sole, un corpo puerile giace – nell’ombra, paurose e sublimi, le bielle girano.

Sul tempo, come per strada

La bella stagione avanza convinta.

I giorni di sole esprimono serie

sempre più significative.

Dal dire al fare, voilà il mare.

Poesia NON kitsch

Il sangue affiora mentre il sole

calante ci conserva nel pregiudizio.

Così inchiodati a questo scherzo,

la nostra storia ancora si disfa,

incongruenza dopo incongruenza.

Se niente ha senso o tutto ha senso

Se niente ha senso o tutto ha senso,

tutto ha senso o niente ha senso, etc.

Trovare o non trovare senso induce

facilmente un sentimento di colpa

nel soggetto individuale o collettivo

che lo cerca e non lo trova o che lo trova

e non lo cerca. Come il sole sorgente

invade il cielo, così, l’effetto

collaterale occupa presto tutta la scena.

Cercare o non cercare, adesso, è secondario,

il friggimento assorda. Il finito

è una curvatura di stretto raggio

della spina, che sembra un tuffo

a ritroso, dentro il trascorso, il fiato

addosso a un mitico capo in fuga.