Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: sguardo

Scorgere

Verbo blandamente aulico, poco usato nella comunicazione quotidiana. Per s., infatti, sembra necessario avere almeno un occhio di falco e sbaragliare potentemente gli ostacoli al destino della visione.

Se invece si preferisce qualcosa di meno vivace, come una suspense muta ma molto torbida, ecco lo sguardo-biscia, che valica di precisione gli stipiti.

Ma per non sbagliare, è meglio tornare sempre all’occhiata nella folla, magari a Milano in Galleria, o a New York a Times Square, o al mare in agosto.

Tempo

Macerie accumulate

nello sguardo dell’angelo

buttato all’indietro.

All’ingrosso

All’ingrosso, il ritorno dell’ingrato

o ecchimosi – e carte

da comporre, secondo

linee nostrane. Sarebbe

altrettanto ingiusto dire

che il ritmo significa

o che non significa

(il significato essendo, a differenza

del ritmo, una specie

di sguardo all’indietro).

 

(Detto questo, i problemi pro-

liferano.)

L’amore è il sogno dell’intero

L’amore è il sogno dell’intero, dell’indiviso, a ogni

minima dialettica, accusa il colpo, stenta.

 

L’amore è un sogno ricorrente, forse cronico, il negativo

è il pianto del neonato, già memoria – not

 

the breaking new.

Sguardo appropriato

Sguardo appropriato

a qualcosa di previsto –

o considerato (creduto,

giudicato) tale.

Come chi contasse di tenere

in pugno alcunché

(un grillo,

un nocciolo di pesca,

un vetro colorato,

una moneta,

un chiodo, etc.).

Un indizio, in quattro e quattr’otto,

un pozzo che precipita al centro della Terra,

una caduta che carbonizza.

La lettura

Posso scegliere di favorire la lettura, facendo

dell’espressione una comoda discesa,

oppure di s-

 

favorirla, offrendole una s-

comoda salita, a strappi, a gradini

e gradoni, addirittura.

 

La questione è: perché

la seconda, sadica

e masochistica insieme? –

 

Perché?! Perché lo sguardo è naufragato

nel linguaggio, ecco perché! Perché

non c’è miglior paesaggio!

Stilleven / Natura in posa (2015) di Marzia Migliora

Avevo visto sul web alcune immagini della “stanza delle pannocchie” di Marzia Migliora al Padiglione Italia, ma non rendevano, posso dire adesso, la realtà.
Descrizione. Ognuno degli artisti del padiglione ha avuto a disposizione uno spazio di circa 5X10, variamente delimitato a seconda dell’opera; per questa installazione della Migliora, lo spazio è completamente perimetrato e inaccessibile fisicamente; contro un lato corto, c’è solo un piccolo armadio old style a tre moduli, con al centro, anziché uno specchio, un vetro, che dà visivamente accesso all’interno della stanza. Cosa si vede? Due cose: la prima è che tutto il pavimento è coperto di pannocchie di mais; la seconda è che, contro il lato corto opposto, in asse con l’armadio dalla cui finestra l’osservatore guarda, c’è un armadio gemello, che però ha lo specchio al centro, e che dunque, alla distanza di una decina di metri, oltre la distesa di pannocchie, riflette il punto di vista.
Specchio, sguardo riflesso… le pannocchie come periferia della visione, forse addirittura come disturbo e “rumore”…

Non sarà che l’uso del singolare

Non sarà che l’uso del singolare

o del plurale dimostri qualcosa?

 

Non sarà che questa sicumera

sulle precedenze sia un’ammissione

 

di colpa? Non petita, fra l’altro? In-

somma, non sarà che domani,

 

per il solo gesto (e chiamalo

“gesto”) di alzare

 

lo sguardo, viene giù tutto?

Fa il figo

Fa il figo, sfodera un sole

squillante e nuvole

d’impressionante varietà e bellezza.

Mossa astuta ma non abbastanza,

mi dico (mannaggia).

Cosa posso farci se leggo

nella cartolina un telescopio

e il mio sguardo finisce a precipizio

giù per una scala iperbolica

di età e rimandi? (Uno sguardo

a quel punto timido, deficiente

di inclusione.)

Le cose e gli sguardi

(Ho fatto una cosa che non facevo da anni, ho aperto vecchi file. Il pezzo che segue, con qualche aggiustamento, è uno di questi.)

 

Anch’io guardo le cose, ma non vedo solo cose – io vedo cose e sguardi.
Già, anche gli sguardi. Li vedo sulle cose e, se mi interessano, risalgo alla loro fonte.
Lo sguardo che inquadra qualcosa, che cade, come si dice, su una cosa, la vela di un’alea. Io, perlopiù, incappo in alee prodotte dagli sguardi che cadono sulle cose.

Ma ci sono anche sguardi senza oggetto, forse senza intenzione o mossi da intenzioni ombrose, che dovendo pur cadere da qualche parte, esplodono così, all’improvviso, su una piazza, nel cielo, per chilometri di atmosfera sulla verticale di un punto, contro una montagna, lungo una via, etc. Allora verifico chi ne sia l’autore, e, immancabilmente, colgo nei suoi occhi imbarazzo e vergogna.

Naturalmente, sulle cose, ce n’è spesso parecchi contemporaneamente di sguardi. Sono le cose a cui, in genere, riservo poca attenzione.
Se però succede che la dinamica delle alee intorno a bersagli di più sguardi insieme mi incuriosisca, vedo una specie di travaglio del senso e mi commuovo.

Lo sguardo modifica la cosa – tanto è vero che le cose cambiano. Si dice: “per l’azione dell’uomo e della natura”. Mica vero.
La natura è solo uno specchio. Resta l’uomo – E lo sguardo è l’azione. Anche un cieco, se pure non ci vede, non perciò non ha uno sguardo. Ma questo non si vede, si conosce.
Io vedo, con le cose, lo sguardo fisico, lo sguardo di chi la vede. Incluso il mio.

È così. Ma è difficile spiegare. Il linguaggio, da solo, mette a disposizione strumenti retorici, metafore, ma non basta.