Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: sequenza

False partenze

Data una lunga sequenza di false partenze, valuto se può tornarmi buona come spunto l’impasse.

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Farsi capire?

Chi ha l’impellenza di farsi capire è spesso chi è meno attento ai mezzi, alla forma, alle parole, ai toni. In poesia, appunto, non si tratta di questo. Certo, le parole si capiscono e anche molte sequenze di parole, ma le altezze e il colore dicono la loro, sicché quello che si capisce diventa sempre altro. Chi se ne frega dell’infinito, per dire, senza la siepe, le morte stagioni e il mare.

Visione in tralice di strati

Visione in tralice di strati

orizzontali densi e colorati,

il solco dell’affermazione

precaria, la Natività

di stuzzicadenti, fine

della mediazione sintattica,

si può comunicare pure

per sequenze di perline,

bene anche le figurine.

Fra una cosa e l’altra

Fra una cosa e l’altra, insomma, viene facile buttare un occhio all’orizzonte in cerca di movimenti.

Da queste parti, però, la norma sono interminabili ma tranquillizzanti sequenze di giorni vuoti.

Basta avvicinarsi

Basta avvicinarsi, stringere su qualcosa,

divaricare gli indici, non resistere

al risucchio prospettico, alla vertigine

della sequenza – per chiudere, per-

fezionare i tracciati, specie di pulizia

goniometrica della festa, nouveau

o nouvelle, si fa esperienza, si suggono

massime, si sconta la conseguenza,

va bene anche chiudere

le porte alla Luna, dispiace solo

la sincronia sfiorata,

a tradimento, dall’ala della demenza.

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Qualcosa stona nel rapporto?

La funzione è mal rapportata!

Si può pensare a diaframmi traslucidi,

anche in sequenza, finalmente!

Graduando il pedaggio!

La parola definitiva

Quell’articolo,

quel sostantivo,

quel predicato,

tutti insieme in sequenza come nel titolo.

 

Spiacerà ammetterlo ma siamo

al limite, che, si sa, è un’arte.

Comunque vada

ogni “opera seconda”.

Piatto di avanzi

Mette lì, in parte a sè, sul divano,

un taccuino e una penna –

è un’approssimazione, occorre dirlo?

La cosa interessante, per lui,

è la sequenza che, alla fine,

alza il sipario.

Gli è facile finirla con le sorprese,

gli ardori, i tremori, le rose.

 

E subito, al principio,

manca lo spazio per continuare,

al peggio, per stiracchiare.

Piatto di avanzi è una metafora che porge,

come che sia (al solito, tutto è perduto),

la carta. Dovrebbe accontentarsi

de gesto, lo sa, non lo fa, pensa

a un’alternativa e sbava.

 

Riflette: Non si tratta di posare

fermo immobile,

nel trambusto della riorganizzazione

continua, ma, al contrario, di zittire in-

defessamente l’orrenda tentazione, e non

rigurgitare, e rimangiarmi

le affermazioni più sentite, e allenarmi

a colare nei ritagli.

L’autore giocato

In ogni sequenza (e sequenza di sequenze), c’è, volente o nolente l’autore, un gioco. L’autore, cioè, è tale in quanto, più o meno coscientemente, si fa giocare dalla sequenza.

È questo il testo: l’autore giocato.

Più che la sequenza

Più che la sequenza,

il mucchio

di parole, una sopra

l’altra, come

rifiuti o polvere.