Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: sequenza

L’ispirazione

È inevitabile, per quanto mi riguarda, che quando non so che cosa scrivere non mi astenga dal farlo, avendo letto un po’ di Beckett.

È inevitabile anche, perciò, per quanto mi riguarda, che il tema di questo pezzo ritorni, nella mia produzione, di tanto in tanto, variamente “detto” ma forse pure (perché no?) “ri-detto”, usando cioè sequenze pregresse.

…essendo inevitabile, per quanto mi riguarda – lo affermo senza uno straccio di prova -, che mi succederà ancora di non sapere che cosa scrivere e dunque di scrivere, once again, su questa grana.

Mi dico: Non permetterti di non scrivere perché non hai l’ispirazione.

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Incipit di un’idea di romanzo, lungo almeno quanto la “Recherche”, che si potrebbe intitolare “La seduta”

Lo lascio dire:

– Non ho progetti e neanche ne faccio, non sono capace. Finito lo sgobbo, torno a casa, mi calo in poltrona, bevo birra e aspetto che una certa sequenza di parole mi incanti. Se ho fortuna, registro la sequenza su carta o su un file e poi ci giro intorno. Tutto qua il mio “scrivere”.

Ammutolisce per un tempo che mi sembra lunghissimo ma io, duro, non fiato. E finalmente aggiunge:

– Se mi penso “scrittore”, mi vengono in mente termini come “setaccio” e “scolapasta”… già “crogiuolo” per me è troppo.

False partenze

Data una lunga sequenza di false partenze, valuto se può tornarmi buona come spunto l’impasse.

Farsi capire?

Chi ha l’impellenza di farsi capire è spesso chi è meno attento ai mezzi, alla forma, alle parole, ai toni. In poesia, appunto, non si tratta di questo. Certo, le parole si capiscono e anche molte sequenze di parole, ma le altezze e il colore dicono la loro, sicché quello che si capisce diventa sempre altro. Chi se ne frega dell’infinito, per dire, senza la siepe, le morte stagioni e il mare.

Visione in tralice di strati

Visione in tralice di strati

orizzontali densi e colorati,

il solco dell’affermazione

precaria, la Natività

di stuzzicadenti, fine

della mediazione sintattica,

si può comunicare pure

per sequenze di perline,

bene anche le figurine.

Fra una cosa e l’altra

Fra una cosa e l’altra, insomma, viene facile buttare un occhio all’orizzonte in cerca di movimenti.

Da queste parti, però, la norma sono interminabili ma tranquillizzanti sequenze di giorni vuoti.

Basta avvicinarsi

Basta avvicinarsi, stringere su qualcosa,

divaricare gli indici, non resistere

al risucchio prospettico, alla vertigine

della sequenza – per chiudere, per-

fezionare i tracciati, specie di pulizia

goniometrica della festa, nouveau

o nouvelle, si fa esperienza, si suggono

massime, si sconta la conseguenza,

va bene anche chiudere

le porte alla Luna, dispiace solo

la sincronia sfiorata,

a tradimento, dall’ala della demenza.

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Qualcosa stona nel rapporto?

La funzione è mal rapportata!

Si può pensare a diaframmi traslucidi,

anche in sequenza, finalmente!

Graduando il pedaggio!

La parola definitiva

Quell’articolo,

quel sostantivo,

quel predicato,

tutti insieme in sequenza come nel titolo.

 

Spiacerà ammetterlo ma siamo

al limite, che, si sa, è un’arte.

Comunque vada

ogni “opera seconda”.

Piatto di avanzi

Mette lì, in parte a sè, sul divano,

un taccuino e una penna –

è un’approssimazione, occorre dirlo?

La cosa interessante, per lui,

è la sequenza che, alla fine,

alza il sipario.

Gli è facile finirla con le sorprese,

gli ardori, i tremori, le rose.

 

E subito, al principio,

manca lo spazio per continuare,

al peggio, per stiracchiare.

Piatto di avanzi è una metafora che porge,

come che sia (al solito, tutto è perduto),

la carta. Dovrebbe accontentarsi

de gesto, lo sa, non lo fa, pensa

a un’alternativa e sbava.

 

Riflette: Non si tratta di posare

fermo immobile,

nel trambusto della riorganizzazione

continua, ma, al contrario, di zittire in-

defessamente l’orrenda tentazione, e non

rigurgitare, e rimangiarmi

le affermazioni più sentite, e allenarmi

a colare nei ritagli.