Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: senso

Finanche il sospetto di un senso

Il problema, qui, è evitare

finanche il sospetto di un senso,

se è vero che il senso

è indisponibile integralmente –

ci si può disputare giusto

uno o due brani, sempre

abbastanza a cazzo – e, per capirsi,

non quelli cercati

e tanto meno quelli trovati.

Rimane della sabbia

erratica, fra le dita,

ma non si sa mai

che cosa farne.

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È chiaro che avere fede è avere paura?

Il problema è che, se ti proibissi ogni tipo di fede, non vivresti, almeno nel senso più piatto di sopravvivere. La conseguenza è che vivere in quanto sopravvivere prestabilisce la fede. Una conseguenza tanto avvilente che ti spingerà a chiederti: C’è una vita che sia altro dal sopravvivere?

Ci sarebbe ancora tutto da dire e da fare

Ci sarebbe ancora tutto da dire e da fare,

come 14 miliardi di anni fa –

la condizione è available,

la combinazione è legale.

 

Nel senso dell’abominio non iscritto,

ci sono cerniere che ballano, quando

il pavimento va all’insù o si apre

il soffitto o i muri rientrano.

Meglio pensare

Meglio pensare, non

di maneggiare, scrivendo,

blocchi di senso

spigolosi, ma di surfare

sul pelo della bassa pressione.

Se niente ha senso o tutto ha senso

Se niente ha senso o tutto ha senso,

tutto ha senso o niente ha senso, etc.

Trovare o non trovare senso induce

facilmente un sentimento di colpa

nel soggetto individuale o collettivo

che lo cerca e non lo trova o che lo trova

e non lo cerca. Come il sole sorgente

invade il cielo, così, l’effetto

collaterale occupa presto tutta la scena.

Cercare o non cercare, adesso, è secondario,

il friggimento assorda. Il finito

è una curvatura di stretto raggio

della spina, che sembra un tuffo

a ritroso, dentro il trascorso, il fiato

addosso a un mitico capo in fuga.

Partiremo ancora per isole di senso

Partiremo ancora per isole di senso,

una vacanza che sarà una specie di gorgo

mortale, un giudizio di dio, un torneo.

Succederà che le mani correranno ai ferri

(daga, pugnale, schidione, ascia, etc.),

al primo sangue – ma non ci sarà

séguito, l’insensatezza stessa

interromperà il duello nel bel mezzo

e sceglieremo la tenerezza.

La metafora si fa senso stretto

La metafora si fa senso stretto

e tutto crolla. È una semplice,

possibile coincidenza ma anche

una pinza ermeneutica

o una quinta inter-

scenografica o una vena

vitrea o un brandello di boria

o una lacrima

nel pastone naturante.

 

D’altronde e d’abitudine, questa

potestà o volontà discenditiva

è forza che regge l’assioma. Prima, cioè, non c’è

alcunché – né di ilare,

né di tragico.

 

Colonna o puntello fatti

di paradossi, antinomie, contraddizioni –

come dire, in edilizia, pilastri

di sabbia o coppi di garza

o lattoneria di palta.

Disinteressarsi della storia

Disinteressarsi della storia, oltre

che praticamente im-

possibile, è te-

oricamente contro-

producente. I suoi grani

fondono il pistone, immiseriscono

la lubrificazione, inceppano

la serie (azione), digeriscono,

con un lavoro di bruta

usura, l’informazione.

Malgrado la gran voglia

di non crederci più, è sempre

troppo (in-

contenibile) il senso che la vena.

Mi tocca

Mi tocca, però, di sentirmi come

a una fermata (di filobus, autobus,

metropolitana, treno). Oppure,

ma è meno spendibile in termini

di pubbliche relazioni, come un ragno

al centro della tela.

 

Sto lì, col mio metaforico

naso guardingo, languoroso di leggere

il leggibile in ogni velatura

che ispessisce l’aria. Aspetto, insomma,

un messaggio, fosse pure un frammento

di poco o punto senso.

Il velo calato sul profilo

Il velo calato sul profilo

offre un’idea bizzarra

della dinamica dei fluidi.

Il tono di luce non inganna

e la temperatura non impedisce

di ricordare, a dispetto

delle avvertenze, la parola

che dà adito, col suo mix

di segno e senso,

a soluzioni inespresse.