Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: qualcosa

Sembra tutto a posto

Sembra tutto a posto, direi, sintetizzando nel modo più efficace ma anche più rozzo: la mattina mi sveglio, mi alzo, vado a lavorare, nel tardo pomeriggio torno a casa, mi faccio due birre, scrivo, mangio, leggo qualcosa, e infine vado a dormire, col proposito, non tanto segreto, di rifare, l’indomani, suppergiù nello stesso ordine, suppergiù le stesse cose… – Mica vero, niente è più a posto, perché io sono morto… Oggettivamente, non sono ancora un cadavere, le azioni di cui sopra io le compio. Non si tratta della congiuntura. Qui, il punto, è l’orizzonte, per la precisione, uno vocazionale. Ecco, io, ogni giorno, sono vocato (con ottime chance di riuscita, cioè – non immediatamente fattuale, magari, ma simbolica, che pesa perfino di più, sì) a morire.

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La stupefazione atterrò

La stupefazione atterrò

tutti i presenti, qualcosa come

una nebbia a mezz’aria

sciolse il giorno dalla notte –

 

l’affaticamento fu

un’esperienza impercet-

tibile, fra le curve e le contro-

curve della.

Sempre qualcosa va o non va

Sempre qualcosa va o non va, da un punto

di vista qualsivoglia – ovvero, non

dal punto di vista (ma chiamarlo così, nel caso,

sorry, è azzardato) dell’Intero o del Tutto.

Non di rado, infatti, l’artista, vecchio o giovane,

vuole proprio finire nell’angolo, giusto

per vedere cos’è un’apnea di risposte pronte.

Come è giusto

Come è giusto, il linguaggio dice

qualcosa, forse

perfino troppo,

a proposito di chi lo usa.

 

Il guaio che vanifica la prospettiva

così aperta è

che non c’è accordo

sull’interpretazione dei segni.

Quello che posso dire

Quello che posso dire è solo la coesistenza

al momento. È un passaggio, forse, sordo

ai richiami – (certo, gli uccellini, i gatti, il cielo turchino:

ma vogliamo chiamarla “mondezza”? E magari prendere

anche finalmente atto che la materia è artificiale? –

che per le mani gira sempre qualcosa che vanta

già, a prescindere dalle mani cioè, la sua storia?

“Puro” e “naturale”, per esempio, sono predicati zoz-

zissimi puro elli, di sugo, patine, cisti e lacune.)

Descrivere un deserto

Descrivere un deserto (solido

o liquido è uguale) non dà

soddisfazione: detto che c’è poco

o niente, qualcosa si può cavare

solo, se va bene, dal cielo

che ci sta sopra, ma è presto

fatto (salvo, si capisce, attingere

vergognosamente dal trovarobato

poetico più sdato). Io

me lo spiego, questo curioso

e in apparenza stupido proposito

descrittivo, come rivelazione

e rilevazione, così, per il vuoto

e il niente, di un colorito

verminaio interiore.

Al sonno

Oggi non mi sembra

più uno spreco

che la notte serva soprattutto

al sonno, c’è qualcosa,

infatti, di dolcemente

prodigo anche

nell’assegnare a una quota

del nostro scontento

la funzione dell’inverno.

Le mani

Le mani sono una parte

di me che non mi appartiene

davvero, tremano senza

una vera ragione, al tuo

pensiero – provo, allora,

a cercare, nella notte

della mia memoria, qualcosa

che mi dica qualcosa

che mi confonda, almeno.

Decisivo è capire che colpire

Decisivo è capire che colpire

con forza il corpo del prossimo

(di punta o di taglio, usando

alcunché o a mani nude) produce

l’assenso forfettario

del prossimo medesimo.

Qui a frugare nei dettagli che qualcosa

Qui a frugare nei dettagli che qualcosa

non sia magari il segno atteso

di una ripartenza – ecco

che la certificazione dell’informazione

fa rara l’esperienza.