Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: pensiero

Domani non è diverso

– ma certo non sarà stato il pensiero

del francese il 15 luglio 1789

o dell’italiano il 26 aprile 1945

o del tedesco il 10 novembre 1989.

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Così onesto

Così onesto da ammettere che chiunque può farsi abbagliare dal proprio pensiero e non vedere.

Quello che non si capisce

Quello che non si capisce

è quello che non va,

perché quello che va, invece,

è così chiaro che sembra

spiegarsi da sè. È forse

un’onestà essenziale

che inchioda il pensiero,

vietandogli di rubricare

un caso infausto come

caso e basta?

Il ricordo acceca

Il ricordo acceca,

inutile aspettare la notte,

una nuvola di lepidotteri

smazza i pensieri.

 

Poi abbiamo pazientato,

ci ricordiamo, ma è subito

finita, con un motto

di spirito, lì, fra i piedi.

 

Impossibile, adesso,

contare

i movimenti. Un grano

dopo l’altro, infatti.

Dal buio dell’essere

La democrazia, formalmente, consiste nella regola che “uno vale uno” (…già sentito?).

Sostanzialmente, però, il suo principio è la libertà di pensiero, che, si capisce, include l’interpretazione (…il pensiero è forse altro?) che la qualsivoglia maggioranza vincitrice di elezioni politiche (per esempio) sia una sommatoria (dato l'”uno vale uno”) d’imbecilli.

E anche costui parlerebbe, come ogni altro suo interpretante pari, dal buio dell’essere.

Mai mi ha sfiorato il pensiero

Mai mi ha sfiorato il pensiero che Samuel Beckett fosse un forte bevitore. Io, Beckett, lo conosco poco, e manco di prima mano, vorrebbe dire leggerlo in inglese e francese, ma è un autore che mi chiama tantissimo – l’eccesso c’è ma è quello ben più cruciale della cognizione, che, a tavoletta, ribalta e disarticola l’affermazione qualsivoglia.

C’è posta #18

Car*,

la mia interiorità è una fonte potente di freddo, sicché, una buona parte di pensieri, intuizioni e sogni non regge la prova e vaca presto assiderata.

Alla posta di sequenze

Alla posta di sequenze

verbali anomale,

negli stormi del pensiero.

Anche pensieri

Se mi ricordo di persone, luoghi, cose, posso ricordarmi anche di pensieri.

Io mi ricordo di questo mio, pensato suppergiù a dodici anni: l’antefatto riguarda il basket giocato in parrocchia, dove appunto c’era un grande che m’impressionava tantissimo: playmaker, veloce e soprattutto dal tiro micidiale e tesissimo, praticamente senza parabola, cioè orizzontale. Ecco, io pensavo, con una sotterranea vertigine teoretica ma anche una finale interrogazione:

Quando avrò la sua età, se è l’età che conta, sarò bravo uguale, no?

La sua faccia mi ricordava, molto più asciuttamente, un mio prozio paterno, figlio, come mio padre, di contadini della bassa bresciana occidentale, ma anche collezionista d’arte contemporanea (immagino scelta malissimo).

Ho chiuso la porta

Ho chiuso la porta, così è finita.

 

Il pensiero è decisivo, credo,

ma l’iscrizione (la linea, la lettera,

l’anello, il peluche) è la leva.

 

In ogni modo, non

a cuor leggero.

Un modesto effetto antalgico da cronoprogramma,

preferibilmente sul breve periodo (medio

e lungo sono out) – queste

 

sfilacciature appa-

rentemente tanto romantiche,

se non proprio desolate, sono, at-

tenzione, altrettante

soluzioni poetiche –

 

sembra d’essere fra i matti,

signoreggia la leggerezza

che inchioda a una panca o al pavimento, legifera

la bassa pressione che investe il mazzo

e mescola le carte –