Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: ombra

Ombra #2

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Basta cielo

Basta cielo, basta sole, basta nuvole, basta alberi, basta terra, basta acqua, basta vento.

Si può immaginare in forma drammaturgica, come una scena in cui

un personaggio, con le mani avanti e i palmi rivolti all’insù, dice:

 

Ecco, questo è qualcosa.

 

(Il personaggio chiede forse di leggere il mondo nell’ombra portata?)

Mi scappano le parole

Mi scappano le parole –

…o sarà cacca?

L’ombra è la matrice della cerimonia,

tutto merito delle sirene, dell’attacco

in massa fuori orario, una campionatura

come viene viene. (Voglio dirlo

che ho barricato le distanze.)

Ecco, mi propongo di scrivere

Ecco, mi propongo di scrivere,

qualunque cosa,

anche, per dire, la lista della spesa –

 

che non c’entrano, che stanno

ai lati, che escono, forse,

appena è possibile e calano l’ombra –

 

capire è l’ultima urgenza, dal punto

di vista della sostanza, il “capito”

è un Prigione – punto.

 

La natura rallenta, sotto il sole,

si ritira, stinge,

la dominazione è un ricordo stento.

Il punto

Una minima informazione socio-economica basta

a offrire alla psiche elementi di disturbo anche

gravi e gravissimi, poi tocca al giocoliere di turno

amministrare (pardon) il gruzzolo.

 

Detto questo, si torna al punto da molto più lontano, varcando

confini, solcando mari, attraversando terre di nessuno sempre

umide di siero e disseminate di brani e frammenti variamente

accessibili, combinabili, distruttibili.

 

In termini correnti, una specie di safari nel dominio dell’ombra,

servono: un ventaglio di vimini, un’area di servizio sulla Salerno-

Reggio Calabria, due vecchietti seduti fra il bar e la pompa

e infine noi, come di norma, vulnerabili.

Democracy in America. Un brano #4

Dietro il velatino ombroso, due elementi: uno piccolo, sulla sinistra, per terra, e uno enorme, al centro, per aria.

Il primo elemento è un caravaggesco corpo plasticamente supino di bambino, illuminato da uno spot zenitale di luce gialla calda (al livello della platea, dov’ero, vedevo solo il rosa soffuso della massa carnosa e un gomito).

Il secondo elemento, composto a sua volta di due elementi, mi riesce molto più difficile descriverlo. Meglio partire da una metafora, io direi di pensare a due mastodontiche bielle rotanti lentamente, con produzione di prospettive e spessori sempre indecifrabili (il velatino impedisce, ricordo, di “vedere”). I due elementi sembrano lettere dell’alfabeto ebraico, e hanno pressappoco questa forma:

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Sicché, mentre, baciato da un raggio di sole, un corpo puerile giace – nell’ombra, paurose e sublimi, le bielle girano.

Adesso ti faccio vedere

In lontananza, correttamente sfumata,

la Signorina Richmond.

 

Un palmo sopra la testa, il vantablack

di Anish Kapoor.

 

In parte, una o l’altra, sfioramenti

angelici magici.

 

Dietro o davanti, una linea e un mucchio

di oggetti smarriti.

 

Di traverso allo spostamento,

continui gate.

 

Rasoterra, l’ombra di uno stormo

migrante.

 

Per osmosi, tanti bei giochini

sui colori della morte.

 

Transitoriamente, sempre, un ritorno fastidioso

già piccolo-borghese.

Capisci

Capisci che se capisci troppo bene…

Capisci che se il messaggio è perfettamente intellegibile…

Capisci che se non resta niente da chiarire… –

Capisci, insomma, la valenza interattiva dell’ombra?

 

L’ora s’allunga

L’ora s’allunga.

Sotto il divano l’ombra

fa la pozzanghera.

 

Mi dispiace

Mi dispiace, ho le mani vuote, solo

le mie mani nude. Sono qui, ef-

fettivamente, per occupare spazio –

e non sarebbe diverso, se fossi un’ombra.

 

Sostituisco le parole con la postura, col peso

della determinazione, ma sono

quel che sono al di là delle voci

della lista.