Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: niente

Niente da fare

Sfoglio l’inserto culturale domenicale

di un quotidiano, appoggio un po’ gli occhi

sulla pagina e poi la sfoglio, appoggio

gli occhi e sfoglio, appoggio

gli occhi e sfoglio;

 

arrivato circa a metà, mi accorgo

che non ho visto o letto alcunché –

se cerco di ripescare

una parola, un nome, un numero,

niente da fare.

 

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Tornerai, voglio credere

Tornerai, voglio credere.

Sì, farai quello che dovevi

fare, ma poi

tornerai. Niente, in effetti,

mi assicura – sì, meglio

dire che vivo

nell’illusione.

La paura dello straniero risponde a un istinto di autodifesa

La paura dello straniero risponde a un istinto di autodifesa, cioè di sopravvivenza. Il problema cruciale e paradossale, nel tempo della Globalizzazione, è che, di stranieri a tutti gli effetti, non c’è n’è più. Se il vero straniero è quel soggetto di cui non sai niente e da cui puoi aspettarti di tutto, oggi, sorry, il vero straniero è una chimera. Nei fatti, nell’esperienza, il cosiddetto “straniero” è, caso per caso (e volentieri etnia per etnia), solo una combinazione di nozioni elementari e luoghi comuni, di vaneggiamenti culturali e vigliaccherie politiche.

Del “tu”

In spiaggia, chissà perché, guardi

a lungo l’orizzonte marino

essenzialmente con la stessa

aspettativa (lo shock) di quando guardi

la Tv (ma anche un quadro,

che ti credi? – metti

la Merlettaia di Vermeer).

 

Il genere è quello,

un genere lento. Poco importa.

Tu, intento, scruti il niente

col sottofondo di una risacca

dolce, sempre ben-

disposto al manifestarsi

di un punto, da qualche parte.

Si è fatto finta di niente

Si è fatto finta di niente

tante volte, no? Malgrado la molta

bella parenesi, la Storia, insomma,

non sa fare la Maestra, oppure

non ci convince, a noi

esseri umani. “A causa di”, s’intende

(non, cioè, ” nonostante “), somiglianze

e assonanze realy off. Per la verità,

qualche criterio convincente resta,

nel dilavare, incrostato

alle dita, all’ombelico, al tallone.

L’innamoramento, soprat-

tutto, per il Messia – non nascondiamoci:

dietro a Hitler e Stalin, ci sta ancora

quella figura lì, che gli è andata

bene per secoli e poi, invece, l’altro ieri

ha smesso di funzionare (non so come dire).

Cosa vuoi che ti dica?

Cosa vuoi che ti dica? –

È una formula, lo so

che tu non mi chiedi

niente, lo so che sono

io che ho questa incognita

impellenza verbale

irrisolta e irrisolvibile,

che mi sta sul gozzo

e mi soffoca

ma, purtroppo, non

mi uccide –

Vita nuda

La vittima inchiodata a terra vorrebbe chiudere gli occhi, davanti allo shaker con cui il carnefice minaccia di fracassargli la faccia – ma non ce la fa, il terrore è troppo. Morirà, se così è scritto, senza perdersi niente dello show.

Prova a fingere, quando teme che quello sovverta i suoi calcoli. Giusto allora chiude gli occhi e sogna che nessuno lo veda, mentre riavvolge le spire e stringe con la massima dolcezza, perché il sonno non soffra le sue mire.

Canta tutto il giorno la stessa vecchia canzone di quando era giovane e assicurava di non nutrire serie intenzioni. Neanche un temporale avrebbe potuto fargli cambiare idea – solo, finiva e ricominciava, esasperato di sè.

Fede

Avere fede significa

rinunciare a vedere, nel senso, proprio,

del poker – a me, per esempio,

non frega niente di vedere,

non sopporto le limitazioni

circostanziate delle condizioni (ogni

volta) dell’esperimento,

mi sembra un noioso pippone,

le regole, so, me lo mettono in culo

ma io, sorry, non smetto

di bestemmiarle. E questo

per cominciare assentendo, perché

il tavolo è uno e la qualsivoglia

altra opinione è un invito palese

alle nebbie del sogno – dico davvero.

Descrivere un deserto

Descrivere un deserto (solido

o liquido è uguale) non dà

soddisfazione: detto che c’è poco

o niente, qualcosa si può cavare

solo, se va bene, dal cielo

che ci sta sopra, ma è presto

fatto (salvo, si capisce, attingere

vergognosamente dal trovarobato

poetico più sdato). Io

me lo spiego, questo curioso

e in apparenza stupido proposito

descrittivo, come rivelazione

e rilevazione, così, per il vuoto

e il niente, di un colorito

verminaio interiore.

Qui c’è più bisogno di scopi

Qui c’è più bisogno di scopi

che di serenità, e di parole

tumefatte dall’abuso. Niente

di inutile – che c’è

di inutile, in ciò che è

e disarticola, se disarticola?