Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: momento

Ammazzamento e cancellazione (per voce sola)

Non bastò che ci dicessimo “addio”

tre mesi fa, ora

ho dovuto ammazzarti.

Giurerei che io

non sapessi cosa

volevo davvero

al momento, ma ora so

che non è vero… Sì, io

volevo (attenzione, questa

è una confessione): cancellarti.

(…Una cosa, we know, che non si può

e dunque non si deve.)

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Andare a capo

In questo momento, mi sembra di poter dire che vado a capo con difficoltà, con un ritegno non messo in conto e dunque subìto, ovvero non governato – fra capo e collo, insomma…

Ma no, ma dai, ma come fai

a decidere di smettere

una volta per tutte

e non scoppiare a ridere?

Chi non ci terrebbe

Chi non ci terrebbe che il momento

del passaggio fosse solenne, che alcunché

di grande festeggiasse l’occorrenza

personale – una cosa, in sè, da niente? Chi

non vorrebbe, per esempio, innamorarsi

a Parigi un’ottantina d’anni fa, all’ombra

delle svastiche sul Louvre, o, appena

tre anni dopo, nelle Langhe,

soffrendo il freddo e la fame ma sparando?

Ci tastiamo la tasca destra

Ci tastiamo la tasca destra, poi

quella sinistra – stessa

sensazione di impasse… a tal punto

convinti di ricordare, che adesso non si può

(né si vuole) capire…

quella specie di lama affilata

(oh sì!), che, di traverso, non va giù e ferisce…

(ti dico, un casino, pescando

fra impressioni, espressioni, performance…)

 

Così, al momento giusto, siamo

poltiglia esausta, adeguati, cioè, all’ardore

commovente degl’organi.

Giorni in cui

Ci sono, dunque, quei giorni

in cui qualcuno intuisce – forse

capisce – e i più no?

Nureyev, per un momento

I gatti, certe volte, si degnano di non

sfrecciare sempre ventre a terra ma

di fare un salto in alto,

praticamente sul posto, e sia pure un balzo,

ma con parabola molto chiusa, risultato: quasi figure

coreutiche classiche – oggi, a me, Smog

ha fatto venire in mente, benché femmina,

Nureyev, per un momento.

Quello che posso dire

Quello che posso dire è solo la coesistenza

al momento. È un passaggio, forse, sordo

ai richiami – (certo, gli uccellini, i gatti, il cielo turchino:

ma vogliamo chiamarla “mondezza”? E magari prendere

anche finalmente atto che la materia è artificiale? –

che per le mani gira sempre qualcosa che vanta

già, a prescindere dalle mani cioè, la sua storia?

“Puro” e “naturale”, per esempio, sono predicati zoz-

zissimi puro elli, di sugo, patine, cisti e lacune.)

Siccome ho questa rogna

Siccome ho questa rogna

di scrivere a tutti i costi

ma, per ragioni che adesso

non sto a dire, mi mancano

gli argomenti (il modo

più consueto e apprezzato,

si sa, di infilare parole

su una pagina), non vedo

al momento altra via

d’uscita, per soddisfare

l’urgenza lenitiva, che la vecchia

cara ricetta beckettiana

di ravanare sull’impasse,

magari scimmiottando

(why not?) la psedo-

oralità steiniana –

(Autofiction)

Quando si trattò di stabilire quale fosse al momento la più bella opera di poesia in assoluto nella storia meritevole addirittura di compendiare l’intera storia della poesia la camera di consiglio della giuria internazionale durò dieci anni e produsse un verdetto non aggiornato che premiò sorprendentemente il seguente haiku italiano pescato su un blog:

 

È mai possibile

che anche l’inverno stenti?

(Gioco, parentesi.)

In entrambi i casi

Per un momento (il tempo

di un battito o due), tutto

è pronto, ugualmente,

a cominciare o a finire –

in entrambi i casi, alzando

un polverone.