Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: luce

Luce degli occhi

Riassumo: a un certo punto, nel ‘944, Pietro Chiodi consegna, uno per uno, ai suoi uomini, gli sten avuti da Cocito e, in quel momento, vede nei loro occhi una luce indimenticabile (testualmente: “una luce che non dimenticherò mai più”). Se Chiodi non connota quella luce come ho fatto io, ci tiene però a scrivere, appunto, che non la dimenticherà…

Partiamo allora dal fatto narrato, suppergiù quanto segue: la consegna di un’arma come dio comanda agli uomini di una banda partigiana illumina i loro occhi.

Tutti sono in grado di tradurre quella luce, vuol dire: Oh, ora un po’ di cazzi anche per Loro!

Siamo al punto: cosa rende diversa questa illuminazione assassina veduta da Chiodi quel dì, da un’eccitazione alcolico-cocainica occidentale odierna che ugualmente non esclude la possibilità dell’omicidio?

 

Pietro Chiodi, Banditi, Einaudi, 2015.

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Fuori giri

Il buio si fa da parte il tempo che serve affinché, chiusa la pratica della rimozione, lo spavento che segue abbia la forza (diciamo “regolamentare”) per confondere, come suole, le carte. È così che la luce indora, generosa, anche la frottola.

Da un treno

Viste da un treno, di notte,

le finestre illuminate delle case

stringono il cuore al passeggero,

patente la disparità

fra sè, gettato

nel buio, e quei punti di luce

bene assicurati, invece,

a un privato dominio.

Almeno un piede fuori

Assicurarsi di tenere sempre

almeno un piede fuori.

Il consiglio non è la resa.

 

Se poi, come succede, è una finestra,

sia anche alta, irraggiungibile,

l’altezza proietta e carica la sua luce.

Mini romanzo. Cecchini #185

Per pisciare dovrei espormi ai cecchini della casa di fronte. Perciò, quando mi scappa, accendo la luce del bagno e, da fuori, manovro un’asta di circa due metri su cui ho fissato un fagotto con un pendente di gommapiuma a simulare la mia presenza dietro la finestra. Mentre acrobaticamente orino in un vaso (che poi, chiusa la pratica e spenta la luce, verserò nel water), quelli, sempre, crivellano per bene il mio simulacro.

Il buio si mangia la luce da dentro

Il buio si mangia la luce da dentro – guadagna

terreno, da quell’ambito preistorico in cui,

si racconta, fu confinato, rosicando rosicando.

Mini romanzo. Niente mon amour #183

E così, anche noi eravamo lì, seduti a un tavolo lungo la vetrata circolare al 150° piano. Come aperitivo, per te, un margarita, per me, un manhattan – e contemplavamo appagati il buio e la luce di sotto e di sopra.

Popolo

Popolo, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mia contezza, mia anima. Po-po-lo: la punta della lingua se ne sta quieta per le prime due trombette ma poi rimbalza contro i denti. Po-po-lo.

Aspettative, catastrofi, idee

Aspettative incongrue, se non esagerate, e di ostacolo alla marcia.

Catastrofi non prenotate, dalle tre del pomeriggio alle sette del mattino.

Idee testarde quanto sottostimate, come talpe senza futuro, così alla luce.

SOS (senza attore)

(Buio, buio, buio.)

(Luce.)

(Luce.)

(Luce.)

(Buio, buio, buio.)