Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: linguaggio

Il linguaggio

Il linguaggio, per chi scrive,

è una specie di acquario,

lascia che le parole vengano

e se qualche successione incuriosisce

non teme di praticare la cesura,

cioè di estrarre il segmento

o evincere l’intervallo.

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Il commento, tipologicamente

Il commento, tipologicamente, mi sembra rispecchi le 6 funzioni del linguaggio (Jakobson): c’è quello che entra nel merito (referenziale), quello che porge accorato un’identità (emotivo), quello lì per vendere (conativo), quello ornato (poetico), quello che si fa riconoscere (fàtico) e quello che la mena sulla parola (metalinguistico).

Non so

Non so, con esattezza, ciò che dico

e l’esattezza fa la differenza.

Il linguaggio, specialmente scritto,

ha questa tendenza, infatti,

a puntellare. Difficile, poi,

dire come e perché.

La lettura

Posso scegliere di favorire la lettura, facendo

dell’espressione una comoda discesa,

oppure di s-

 

favorirla, offrendole una s-

comoda salita, a strappi, a gradini

e gradoni, addirittura.

 

La questione è: perché

la seconda, sadica

e masochistica insieme? –

 

Perché?! Perché lo sguardo è naufragato

nel linguaggio, ecco perché! Perché

non c’è miglior paesaggio!

Per scrivere

Che si debbano avere delle cose da dire per scrivere è falso, perché il linguaggio, così, sembrerebbe tanto un contenitore da riempire di realtà, mentre è piuttosto, no?, uno stato (liquido? gassoso?) della realtà.

Credo ci sia un’intenzione segreta

Credo ci sia un’intenzione segreta

in ogni mia parola. Il limite, potenzialmente,

è una chiave ma anche

un progetto di traduzione

e disseminazione.

Fa tremare pensare di dire –

un 2×1 che ti appioppa, con la merce (M),

la colpa di mercificare. (Breve ripasso: la M è valore,

non d’uso – attenzione – ma di scambio; linguaggio

e denaro, i valori di scambio modello.)

Un modo d’essere imprecisi, insomma,

e saper fare di conto apposta

per sbagliare la cadenza.

Le cose e gli sguardi

(Ho fatto una cosa che non facevo da anni, ho aperto vecchi file. Il pezzo che segue, con qualche aggiustamento, è uno di questi.)

 

Anch’io guardo le cose, ma non vedo solo cose – io vedo cose e sguardi.
Già, anche gli sguardi. Li vedo sulle cose e, se mi interessano, risalgo alla loro fonte.
Lo sguardo che inquadra qualcosa, che cade, come si dice, su una cosa, la vela di un’alea. Io, perlopiù, incappo in alee prodotte dagli sguardi che cadono sulle cose.

Ma ci sono anche sguardi senza oggetto, forse senza intenzione o mossi da intenzioni ombrose, che dovendo pur cadere da qualche parte, esplodono così, all’improvviso, su una piazza, nel cielo, per chilometri di atmosfera sulla verticale di un punto, contro una montagna, lungo una via, etc. Allora verifico chi ne sia l’autore, e, immancabilmente, colgo nei suoi occhi imbarazzo e vergogna.

Naturalmente, sulle cose, ce n’è spesso parecchi contemporaneamente di sguardi. Sono le cose a cui, in genere, riservo poca attenzione.
Se però succede che la dinamica delle alee intorno a bersagli di più sguardi insieme mi incuriosisca, vedo una specie di travaglio del senso e mi commuovo.

Lo sguardo modifica la cosa – tanto è vero che le cose cambiano. Si dice: “per l’azione dell’uomo e della natura”. Mica vero.
La natura è solo uno specchio. Resta l’uomo – E lo sguardo è l’azione. Anche un cieco, se pure non ci vede, non perciò non ha uno sguardo. Ma questo non si vede, si conosce.
Io vedo, con le cose, lo sguardo fisico, lo sguardo di chi la vede. Incluso il mio.

È così. Ma è difficile spiegare. Il linguaggio, da solo, mette a disposizione strumenti retorici, metafore, ma non basta.

Non finisce mai di stupirmi

Non finisce mai di stupirmi

come il linguaggio possa essere

torchiato e costretto a posizioni

e reazioni imbarazzanti, a soffocare,

tossire, balbettare – quando

va bene, perfino a agonizzare.

Gottfried Benn

E allora viene Nietzsche e incomincia il linguaggio, che non vuole (e non può) altro che fosforeggiare, luciferare, rapire, stordire.

A un incrocio

Il linguaggio serve per comunicare, cioè per scambiare, fra soggetti, cose, che siano materia o simbolo. Se io dico “Per favore passami il sale” e le mie parole accedono all’attenzione accomodante di altri da me, ne avrò in cambio un salino, e se proprio sono sfortunato, mi informeranno che al momento lo sta usando Piero. (La sfortuna, quella seria, tocca quando non è data tout court attenzione, o quando l’attenzione è ostile.)
Nella prassi, sembra così, la prassi, cioè, sembra rispettare il principio. Resta il fatto che, immancabilmente, trovi quello della tartaruga irraggiungibile, che ti mostra come lo scambio delle cose è piuttosto la deriva del senso: escluso che ciò che passa da qui a lì sia ciò che s’intese – o perché altro o perché mutevole.