Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: gioco

Terrae motus

Il tavolo da gioco è il Pianeta, oggi, e la Globalizzazione manifesta la sovrabbondanza quasi inconcepibile di soggetti e identità che il nuovo tavolo significa. In questo afflusso abnorme e violento, soggetti e identità sono suscitati e insieme risucchiati senza posa, cioè ordinariamente terremotati.

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Il pieno e il vuoto

Si può fare un percorso anche

lungo e contorto, per arrivare infine

all’evidenza o, meglio ancora,

al luogo comune –

La performance esprime solo questo:

 

O tu, che dici “tavolo”, guarda

che allegro verminaio!

 

Di norma, il gioco offre

una piana di macerie e resti

animal-vegetali; la cappa

nebbiosa sovrastante

(spesso presa per un cielo)

è una bassa pressione simbolica

stabile; in ogni modo, ecco

il punto: è tutto lì,

il pieno e il vuoto.

Senza andare a capo

Certo che sì può essere fuori dal mondo, non stabilmente magari, credo càpiti un po’ a tutti. A me succede quando riesco, come per incanto, a fugare i miei dubbi – allora sono gioco, non giocatore.

Non so che cosa fare

Non so che cosa fare, il pensiero non mi attrae.

Salvo la sequenza delle mosse, uno stile da marionetta,

che comunque, alla fine, un segno lo lascia

(il graffio sull’asse, il sipario squarciato, la cicatrice

sullo zigomo dell’attore giovane). Rinunciare a sapere,

 

finalmente, per amore di conoscenza e facendo i salti

di gioia? – Il punto è fermo e chiude i giochi, foto-

genicamente bilicante, nessuna risposta assicurata,

manco la negativa, giustizia e ingiustizia predicate

dalla pochezza del quadro generale.

Se poi mi metto lì

Se poi mi metto lì

e valuto, con calma,

che cosa è in gioco

e faccio un elenco,

tipo: vita, persona,

interesse – beh, a chi

non verrebbe da ridere?

I giocattoli sono questi

I giocattoli sono questi,

ma nessuno si ricorda

chi li regalò… come

riempirono la cesta…

 

(Attenzione, i critici

sottolineano i passati

remoti ridicoli…)

 

(…quelli, per capirsi,

non pescati all’inferno.)

 

In questo strano gioco, è così,

il passato è per forza l’inferno, ne va

del gioco medesimo – sicché non restano

che la sauna e la frusta.

Ring

Prima i contendenti sono due, com’è normale, ma poi uno frana al tappeto e il contendente rimasto in piedi è padrone del gioco.

 

Qualche tempo dopo, un candidato a contendente del Contendente Rimasto In Piedi sale sul ring e fa il botto al primo round.

Una poesia è un meccanismo

Una poesia è un meccanismo – certo,

dalle conseguenze non del tutto prevedibili.

 

Che sia un meccanismo, però, non ci piove, l’argomento decisivo

è l’insieme finito di elementi combinati.

 

Qualcosa, insomma, per orrendo che sia, di funzionante –

Se penso, per esempio, all’Infinito,  vedo

 

un gioco lisergico, una specie

di passo a due sul Mare Salato

 

o di promessa solenne, irrigando di lacrime (ovvero avvelenando)

uno stento vegetale senza colpa.

Un gioco più complicato

Un gioco più complicato, ora

che il tavolo è il mondo.

 

Inaudito, poi, quest’az-

zeramento del fido –

 

come credere ancora

che l’arte abbia un margine

 

o che un’immagine, come

un foglio, abbia un verso.

Un certo numero di questioni stanno

Un certo numero di questioni stanno

abusivamente sul tavolo. Basterebbe

le ritraesse un Morandi

per manifestarle nella loro giusta luce

di opzioni secondarie e facoltative –

almeno al cospetto del silenzio e dell’incanto

che reggono (come il marmo basamentale

un tempio greco) le giocolerie.

 

Perché, all’apparenza, c’è un gran movimento,

interpretato variamente ma senza serie resipiscenze

successive. Si va dal giro di giostra,

allo sbocco di sangue, alla singolarità,

al kairos, all’infortunio programmato,

all’esperimento protocollato,

alla festa, al gioco, al tuono,

al suono – fino, giù giù, al grumo.