Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: gioco

Non so che cosa fare

Non so che cosa fare, il pensiero non mi attrae.

Salvo la sequenza delle mosse, uno stile da marionetta,

che comunque, alla fine, un segno lo lascia

(il graffio sull’asse, il sipario squarciato, la cicatrice

sullo zigomo dell’attore giovane). Rinunciare a sapere,

 

finalmente, per amore di conoscenza e facendo i salti

di gioia? – Il punto è fermo e chiude i giochi, foto-

genicamente bilicante, nessuna risposta assicurata,

manco la negativa, giustizia e ingiustizia predicate

dalla pochezza del quadro generale.

Se poi mi metto lì

Se poi mi metto lì

e valuto, con calma,

che cosa è in gioco

e faccio un elenco,

tipo: vita, persona,

interesse – beh, a chi

non verrebbe da ridere?

I giocattoli sono questi

I giocattoli sono questi,

ma nessuno si ricorda

chi li regalò… come

riempirono la cesta…

 

(Attenzione, i critici

sottolineano i passati

remoti ridicoli…)

 

(…quelli, per capirsi,

non pescati all’inferno.)

 

In questo strano gioco, è così,

il passato è per forza l’inferno, ne va

del gioco medesimo – sicché non restano

che la sauna e la frusta.

Ring

Prima i contendenti sono due, com’è normale, ma poi uno frana al tappeto e il contendente rimasto in piedi è padrone del gioco.

 

Qualche tempo dopo, un candidato a contendente del Contendente Rimasto In Piedi sale sul ring e fa il botto al primo round.

Una poesia è un meccanismo

Una poesia è un meccanismo – certo,

dalle conseguenze non del tutto prevedibili.

 

Che sia un meccanismo, però, non ci piove, l’argomento decisivo

è l’insieme finito di elementi combinati.

 

Qualcosa, insomma, per orrendo che sia, di funzionante –

Se penso, per esempio, all’Infinito,  vedo

 

un gioco lisergico, una specie

di passo a due sul Mare Salato

 

o di promessa solenne, irrigando di lacrime (ovvero avvelenando)

uno stento vegetale senza colpa.

Un gioco più complicato

Un gioco più complicato, ora

che il tavolo è il mondo.

 

Inaudito, poi, quest’az-

zeramento del fido –

 

come credere ancora

che l’arte abbia un margine

 

o che un’immagine, come

un foglio, abbia un verso.

Un certo numero di questioni stanno

Un certo numero di questioni stanno

abusivamente sul tavolo. Basterebbe

le ritraesse un Morandi

per manifestarle nella loro giusta luce

di opzioni secondarie e facoltative –

almeno al cospetto del silenzio e dell’incanto

che reggono (come il marmo basamentale

un tempio greco) le giocolerie.

 

Perché, all’apparenza, c’è un gran movimento,

interpretato variamente ma senza serie resipiscenze

successive. Si va dal giro di giostra,

allo sbocco di sangue, alla singolarità,

al kairos, all’infortunio programmato,

all’esperimento protocollato,

alla festa, al gioco, al tuono,

al suono – fino, giù giù, al grumo.

Le sole palle al balzo sono le ombre della notte

Le sole palle al balzo sono le ombre della notte,

Sylvie Vartan alla radio (Come un ragazzo),

un punto di luce alle spalle e qualche

rilevante istanza memoriale.

 

Il gioco include l’accessibilità

alle regole e al loro campo di validità.

Il necessario è lì a portata – non catalogato,

forse, ma concentrato sì.

 

Una buona via d’uscita è descrivere il deserto:

le sue imprecisioni delicate, la sua

falsa somiglianza, il suo

aggallamento.

Le regole del gioco

Le regole del gioco prevedono anche, se non

la sanzione, perlomeno un richiamo severo,

a ogni tentativo di farle oggetto di discorso

ignorando le procedure. D’altro canto,

se nel gioco si fa questo gran parlare

di trasgressione, è ragionevole allentare

le briglie e consentire un’innocua maldicenza

e perfino qualche blanda sollevazione.

Se è un gioco

A qualcuno non piace – anche,

beninteso, per sbaglio. Nel caso,

niente può farci niente (nemmeno,

per dire, lo sterminio – malgrado

il suo appeal da Mr. Wolf –

è una soluzione). Se è un vizio, è il vizio

di non sentirsi a casa; se è un gioco,

è il gioco di non giocare

o di perdere.