Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: fine

Prosa-prosa

Non andare a capo prima del punto ma non di qualunque punto, alla fine del paragrafo, diciamo, avendo ritenuto che lo stesso debba, per qualche ragione e in qualche modo, finire, e così procedendo per intervalli puntati, troncati, glissati.

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Ecco che mi viene di fare

Ecco che mi viene di fare

una promessa, benché

negativa – questa:

Non ci penserò più.

 

Altri, a ben guardare, attendono

anche troppo pazientemente,

diamo loro – decido, in modalità

majestatis – un’occhiata, dunque.

 

La promessa è un vincolo

sul futuro, qualcosa cioè di illogico,

ma è “merce” antica, essenziale,

pressoché automatizzata.

 

D’altronde, malgrado l’illogicità,

un oggetto sociale, una cosa

che si aggiunge, anche

facilmente, basta

 

sottoscrivere.

Alla fine, però, una sfida –

sempre. E c’è poco

sia da ridere che da piangere.

Oggi ho visto

Oggi ho visto, come

ogni anno, nel rinato

flusso del traffico, la fine

esatta dell’estate.

Il fegato decostruito

Il fegato decostruito, il respiro

lunghissimo, senza fine, i confini

appena percepibili e una colatura

a pettine, come certa edilizia.

Domanda

Quando dici “Fine”,

che cosa intendi, “fine”?

Davanti #3

Assomiglia molto al peccato originale cristiano, che però, alla fine dei tempi, è solubile o perdonabile, deciderà Dio. Ecco, solubilità e perdonabilità sono prove di una volontà di potenza (VDP).

Ma essendo la VDP un destino, cioè un agone, per il soggetto individuale e collettivo, o si vince o si perde. Contro, appunto, la VDP.

Davanti #2

Tenere per ferma questa essenziale ingiustizia aiuta a tenere anche basso il profilo, ovvero a dubitare sistematicamente del fine o dei fini dell’espressione qualsivoglia.

Appunti

Il sistema simbolico ha la sagoma di una foresta – meglio, di una giungla. Sepolto ogni fine, bruciata ogni utilità, rimangono solo voci e forme intersecate da un inconscio spietato e padrone. Basta realtà.

Non so che cosa fare

Non so che cosa fare, il pensiero non mi attrae.

Salvo la sequenza delle mosse, uno stile da marionetta,

che comunque, alla fine, un segno lo lascia

(il graffio sull’asse, il sipario squarciato, la cicatrice

sullo zigomo dell’attore giovane). Rinunciare a sapere,

 

finalmente, per amore di conoscenza e facendo i salti

di gioia? – Il punto è fermo e chiude i giochi, foto-

genicamente bilicante, nessuna risposta assicurata,

manco la negativa, giustizia e ingiustizia predicate

dalla pochezza del quadro generale.

Hai ragione a dire che non si muore

Hai ragione a dire che non si muore

più di morbillo, che ormai si vive

quasi cent’anni e che si va da Londra

a New York in meno di due ore –

complicazione e evoluzione, il tempo

che si mostrino per quello che sono,

cioè sogni. Un protocollo, alla fine,

con specificato tutto, addirittura

la marca delle mutande, un posticino

preciso, insomma, e illuminato bene –