Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: corpo

Quattro osservazioni sul corpo della poesia

Piccolo e tozzo o piccolo e fine?

Alto e massiccio o alto e filiforme?

Tutto d’un pezzo o fatto a strofe?

E strofe regolari o irregolari?

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Resurrezione

Un uccello o un cane o un leopardo, con in bocca una mano umana, compaiono in affreschi medievali di chiese della Georgia (Asia): sono, informa la didascalia del libro, gli animali che restituiscono i corpi al momento del Giudizio Universale.

Il verbo “restituire” mi sollecita un chiarimento – a naso (solo a naso), questo: nell’iconografia cattolica, non sembra porsi, all’atto della resurrezione, il problema del disfacimento del corpo dopo la morte; il corpo, cioè, alla fine dei tempi, è già lì pronto, rifatto intero, magicamente ma anche po’ sbrigativamente; il cristianesimo ortodosso, invece, sembra sensibile all’impasse, inventandosi, narrativamente, questa brillante e impressionante immagine dell’animale che rigurgita il corpo umano, dove, ecco il punto, alla “magia” del rifacimento del corpo risorgente, è assegnata una scena precisa ma inaccessibile allo spettatore: le viscere animali.

Niente come un leggero stato febbrile

Niente come un leggero stato febbrile

per placare e sciogliere. La scelta

non la fa il soggetto, arriva

prima il corpo, a causa

di imperscrutabili spostamenti e disegni.

Lasciamo stare per un momento

il concerto di interdetti diffusi… sempre

libero, però, veh, di continuare

a mangiare merda… ma insomma, questa

realtà, c’è o non c’è?

Nichilismo, bombe, app e ops

Quello che il nichilismo fa a pezzi, essenzialmente, non è il corpo, non è l’architettura, non è l’istituzione – anche, sicuro, ma non essenzialmente, e infatti questi casi sono solo un’approssimazione sempre insoddisfacente all’essenza. Il nichilismo non fa a pezzi neanche la verità perché la verità è in pezzi già da almeno due secoli. La questione all’ordine del giorno, ovvero quello che il nichilismo oggi giudica prioritario fare a pezzi, è il limite.
Allo scopo, niente come la Tecnica, che i limiti non li soffre proprio.

Il corpo

Non avendo alternative, il corpo si appoggia

su sè stesso, stipa le fibre, si addensa. Ma in questo

modo, la definizione del segnale è scarsa

e si perde qualcosa anche in vaghezza; la con-

traddizione, però, ha un appeal turistico.

Il corpo paga in fatica contante

Il corpo paga in fatica contante, anche

per stronzate come il jogging e la droga – oltre

che, cioè, per cose serie

come l’amore e le bollette.

La cosa a cui mi sento più simile

La cosa a cui mi sento più simile

è una voliera.

Dentro, però, non ci sono uccelli

o individui o corpi

ma flussi e intrecci di flussi. Una voliera,

dunque, agitata (forse animata) solo

da dinamiche caotiche, ovvero

incalcolabili.

Omissis

Perché una cosa esca dalle parole

che ne parlano, forse è necessario

che non venga nominata, il nome

è volentieri lo scioglimento

di un incantesimo, la solarizzazione

di un bisogno disperato

di forme, linee, colori –

o un seppellimento

del sapore e dell’essenza. Il risultato

è una manifestazione

microcefala beckettiana, col corpo

cosmico interrato e invisibile.

Ecco, se il nome

togliesse il disturbo, la scena tornerebbe

al groviglio degl’organi.

Mini romanzo. Programma #40

L’idea è questa: trasferire una sempre maggiore quota di coercizione dal corpo alla parola. Il corpo va bene per fare e per godere, non per impedire che si faccia e che si goda. A questo fine, è più efficiente e efficace il mezzo verbale. Naturalmente, poiché si tratta di una conquista graduale, iperbolica, sono indispensabili pazienza e tenacia.