Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: caso

In maschera

Scongiuro il lettore o due di equivocare pure. Qui non c’è niente da perdere, neanche le catene. L’ultima funzione verbale, in ogni caso, è la pizza a domicilio.

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Il fatto è che le parole

Il fatto è che le parole

innescano, al caso, cortocircuiti

che producono anche

e soprattutto attese e disagi.

In casi estremi

In casi estremi, ci si può anche

dire: Non ho fatto niente di male!

Qualche volta, per un po’, funziona.

Il male viene con l’ambizione di decidere –

altro, cioè, che assenso.

Segreta deriva

Quando il lettore incontra un’opera e un autore in cui si riconosce e insieme si trasfigura, qualche volta sperimenta una deriva, non propriamente critica e difficilmente esprimibile per dovere di modestia, in cui comincia a confrontare l’autore con la propria persona. Nel caso, oltre al semplice rispecchiamento narcisistico, c’è, mi sembra, anche una seria valenza conoscitiva – tipo che l’arco o il dettaglio biografico dell’autore funzionano come cartina di tornasole dell’arco o del dettaglio biografico del lettore.

Dico la vita

Ogni tanto, a un tratto,

perlopiù inattesa, la vita bussa.

Dico la vita con le buone

ma anche con le cattive,

per scadenze, appuntamenti, agnizioni,

negligenze, casi, nostos, etc.

Si oscilla fra piacere e dolore tutto

il tempo, raro che la cosa

sembri strana – degna almeno 

del riconteggio del carteggio.

 

Dubitare di capire

Dubitare di capire

è una tentazione patologica,

oggi, ma, per certi versi,

anche normale. In realtà,

è sempre un caso spiacevole

che manifesta immediatamente

e efficacemente

la possibilità d’essere, noi, giusto

giusto, carne da macello.

Terribile a dirsi

Terribile a dirsi

ma chi legge poesia o romanzo

o teatro o nuoto sincronizzato

si aspetta, nel migliore

dei casi, un rapimento.

Inerzia

Da qualche parte doveva esserci ancora dell’inchiostro subacqueo, garantito waterproof.

 

Premesso che perfino nell’Iliade o in Madame Bovary o nei Demòni ci sono passaggi errati o proprio brutti (io però non saprei citarne), nel frammento estratto dal romanzo di Laura Pugno, Sirene, Einaudi, 2007, p. 95, due parole, le ultime, sono visibilmente eccedenti, cioè superflue.

Explicit: se è “inchiostro subacqueo”, scommetto cento euro contro un dollaro bucato che il requisito minimo è essere ” waterproof “. Si può anche ravanare sulla causa dell’errore – per me, colpevole è sempre l’inerzia.

Se la chiamo “abitudine”

Se la chiamo “abitudine”, risolvo? –

 

Non è meglio un set di nomi, più

rispondente a situazioni e casi?

Se non hai niente da dire

Se non hai niente da dire,

i casi sono due, o 1)

non ne hai bisogno o voglia

(succede, è la perfezione), oppure 2)

il mondo è intraducibile.

Beh, il 2) può essere esiziale.