Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: casa

Sturiellèt

Da circa un anno, sotto casa mia (certo, fortunato io che ho una casa), verso mezzanotte, una volta o due a settimana, sostano, cazzeggiano, bevono birra e lasciano i vuoti per terra, degli esseri umani (bianchi) di recente manifestazione in zona (cerco di essere, rivelando così la fatica e l’arte che servono allo scopo, il più possibile oggettivo, voglio evitare, cioè, giudizi di valore impliciti nell’espressione ma non previsti o conteggiati).

Oggi, dunque, ho elaborato la scritta a disdoro da vergare, con pennellessa e un giallo-sole acrilico, sull’asfalto, nell’angoletto in cui gravitano ovvero sostano, etc., i suddetti esseri umani. La scritta è la seguente:

 

Qui, sostano e cazzeggiano dei maiali. Perché “maiali”? Perché, se sostare e cazzeggiare NON È (espressamente) VIETATO,

ABBANDONARE LE BOTTIGLIE VUOTE, SÌ – SEMPRE.

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Sembra tutto a posto

Sembra tutto a posto, direi, sintetizzando nel modo più efficace ma anche più rozzo: la mattina mi sveglio, mi alzo, vado a lavorare, nel tardo pomeriggio torno a casa, mi faccio due birre, scrivo, mangio, leggo qualcosa, e infine vado a dormire, col proposito, non tanto segreto, di rifare, l’indomani, suppergiù nello stesso ordine, suppergiù le stesse cose… – Mica vero, niente è più a posto, perché io sono morto… Oggettivamente, non sono ancora un cadavere, le azioni di cui sopra io le compio. Non si tratta della congiuntura. Qui, il punto, è l’orizzonte, per la precisione, uno vocazionale. Ecco, io, ogni giorno, sono vocato (con ottime chance di riuscita, cioè – non immediatamente fattuale, magari, ma simbolica, che pesa perfino di più, sì) a morire.

Confesso

Confesso, ho spesso

questa presunzione

di sapere dove stia,

di casa, la vita.

Incipit di un’idea di romanzo, lungo almeno quanto la “Recherche”, che si potrebbe intitolare “La seduta”

Lo lascio dire:

– Non ho progetti e neanche ne faccio, non sono capace. Finito lo sgobbo, torno a casa, mi calo in poltrona, bevo birra e aspetto che una certa sequenza di parole mi incanti. Se ho fortuna, registro la sequenza su carta o su un file e poi ci giro intorno. Tutto qua il mio “scrivere”.

Ammutolisce per un tempo che mi sembra lunghissimo ma io, duro, non fiato. E finalmente aggiunge:

– Se mi penso “scrittore”, mi vengono in mente termini come “setaccio” e “scolapasta”… già “crogiuolo” per me è troppo.

Da un treno

Viste da un treno, di notte,

le finestre illuminate delle case

stringono il cuore al passeggero,

patente la disparità

fra sè, gettato

nel buio, e quei punti di luce

bene assicurati, invece,

a un privato dominio.

Mini romanzo. Cecchini #185

Per pisciare dovrei espormi ai cecchini della casa di fronte. Perciò, quando mi scappa, accendo la luce del bagno e, da fuori, manovro un’asta di circa due metri su cui ho fissato un fagotto con un pendente di gommapiuma a simulare la mia presenza dietro la finestra. Mentre acrobaticamente orino in un vaso (che poi, chiusa la pratica e spenta la luce, verserò nel water), quelli, sempre, crivellano per bene il mio simulacro.

Il mio primo problema

Il mio primo problema, adesso, è ribadire che questa

è casa mia – il mio primo problema, adesso, è la planimetria.

 

Il mio secondo problema, adesso, è rinforzare

i vecchi muri e, se occorre (ma occorre), alzarne di nuovi.

 

Il mio terzo problema, adesso, sono i turni

di guardia, chi fa il primo, chi il secondo, etc.

 

Il mio ultimo problema, adesso, è contenermi.

Il presepe

L’ombra è un forziere

di combinazioni,

si perde la ragione,

si allestisce il presepe

e poi, di nuovo a casa,

si stupisce.

Ti ho visto bilicare

Ti ho visto bilicare

per una sbadataggine,

ti ho preso al volo

quando era chiaro

che avresti perso il controllo –

come un genitore

perde un figlio

o un casigliano le chiavi.

Il fuori

Oggi è difficile pensare che il fuori esista, si può solo transigere su alcune sue accezioni e, dunque, accettare di credere che esista il fuori rispetto a una casa, a una città, a un paese, a un’isola, a un continente, a un corpo celeste. Qui ci si ferma, perché il fuori rispetto all’universo è una contraddizione in termini. Mentre infatti fuori dalla casa è perfino previsto che ci siano una strada e altre case, e fuori dalla città una campagna, e fuori dal paese un altro paese (compreso di città, campagne, case e strade), e fuori dall’isola un mare e altre terre, e fuori dal continente mari e altri continenti e isole, e fuori dal mondo altri corpi e stelle e buchi neri – be’, fuori dall’universo si possono pensare giusto due cose, che però sembrano molto risposte di circostanza: o un Dio o altri universi.