Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Tag: aria

Uno

Ci fu uno, il secolo scorso, in Italia, che, conseguita la licenza elementare, cominciò subito a lavorare. Divenuto maggiorenne, pensò che, già che c’era, poteva anche andare lontano e, nel tempo, firmò diversi contratti per l’Africa e l’Asia, perché sapeva aggiustare le enormi macchine per il movimento terra delle grandi opere. Maturata la pensione a sessant’anni, ne visse altri dieci. Morì con la stessa nonchalance con cui aveva vissuto: disse che sentiva acqua nella pancia, venne ricoverato, erano i polmoni, in una settimana tolse il disturbo. Io fui testimone del momento fatale: aveva gli occhi chiusi, era scavato, una respirazione disordinata lo sommuoveva – finché, fatalmente, passò qualche secondo di troppo dall’ultimo respiro. Staccai la schiena dalla sedia… Sì, aveva smesso. Quando ne presi atto, quando, cioè, fui nello stato d’animo più vulnerabile, all’improvviso, orrendamente, l’uomo raschiò da profondità inenarrabili l’ultimissima aria e, espirando, abbandonò il mento sullo sterno.

Una nebbia narrativa fitta

Una nebbia narrativa fitta, pochi

i dettagli riconoscibili

(e men che meno le apollinee

articolazioni del plot). Affiorano lacerti

di lacerti di lacerti – classica

atmosfera onirica, questa proli-

ferazione di soluzioni, tutto

che crolla eppure resta per aria,

sfibrato e troncato il continuum.

 

Col sottofondo di una sonata per pianoforte

di Schubert, i gattini dormono uno sull’altro

nella cesta piazzata in mezzo alla stanza.

Democracy in America. Un brano #4

Dietro il velatino ombroso, due elementi: uno piccolo, sulla sinistra, per terra, e uno enorme, al centro, per aria.

Il primo elemento è un caravaggesco corpo plasticamente supino di bambino, illuminato da uno spot zenitale di luce gialla calda (al livello della platea, dov’ero, vedevo solo il rosa soffuso della massa carnosa e un gomito).

Il secondo elemento, composto a sua volta di due elementi, mi riesce molto più difficile descriverlo. Meglio partire da una metafora, io direi di pensare a due mastodontiche bielle rotanti lentamente, con produzione di prospettive e spessori sempre indecifrabili (il velatino impedisce, ricordo, di “vedere”). I due elementi sembrano lettere dell’alfabeto ebraico, e hanno pressappoco questa forma:

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Sicché, mentre, baciato da un raggio di sole, un corpo puerile giace – nell’ombra, paurose e sublimi, le bielle girano.

Walzer

Per parecchio tempo mi è venuto sonno presto.

Due dorsali, intanto, attraversavano il Paese.

Finché un mattino feriale il Signorino si sentì strano: stava supino, zampe all’aria, col sudario che scivolava e lo scopriva.

Posso fare come al solito

Posso fare come al solito,

guardarmi intorno (lo stretto

intorno della mia persona),

per terra (ma anche sotto),

a mezz’aria, in cielo, e, caso

per caso, le mie azioni saranno

l’accatto, la volée, il lapsus.

Altro, in qualunque modo

Altro, in qualunque modo,

per acqua o per aria, avendo

cura soprattutto di soddisfare

al principio d’indeterminazione – se occorre,

calpestando bukhara sepolti

da strati di cadaveri

o passando sopra questioni

della massima importanza, così,

con quella nonchalance

che fa gridare al miracolo.

Mi tocca

Mi tocca, però, di sentirmi come

a una fermata (di filobus, autobus,

metropolitana, treno). Oppure,

ma è meno spendibile in termini

di pubbliche relazioni, come un ragno

al centro della tela.

 

Sto lì, col mio metaforico

naso guardingo, languoroso di leggere

il leggibile in ogni velatura

che ispessisce l’aria. Aspetto, insomma,

un messaggio, fosse pure un frammento

di poco o punto senso.

Quello che al momento

Quello che al momento

sembrerebbe bastarmi

è il contesto: il rumore

della risacca, l’aria e il sole

sulla pelle, i pasti

sotto il portico, le partite

alla radio, le chiacchiere, le voci, i versi,

etc. – nessuna fonte

secondaria, insomma.

Il clavicembalo

Il clavicembalo

sembra sottolineare

l’opacità dell’aria – malgrado

la sua natura stanziale, esso

(esso?!) esso

vanisce, quasi

per contrapposta

e controproducente

vocazione al possibile.

Devo respingere le avance

Devo respingere le avance, rifiutarmi

ai compromessi, ignorare le allusioni,

fare finta di non esser lì, proprio

al momento giusto, quando quello

che succede è quello che conta.

Se poi venite da queste parti,

ci venite per l’aria che tira e l’assenza

encomiabile di ostacoli al flusso.