Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Categoria: storie

Workshop

Sotto un cielo azzurro e senza nuvole, il mare è basso e torbido e ha un colore verde spento, a causa del fondo fangoso. Si salta dalla barca e il pelo dell’acqua arriva a mezza coscia. I piedi nudi impattano una morchia di 2-3 centimetri di spessore – spalmata su uno strato inferiore più sodo – infarcita di conchiglie.

Quattro birre fredde

Parcheggia di fronte a uno dei due bar della via gestiti da cinesi, a meno di cinquanta metri dalla rosticceria pure cinese (ma girato l’angolo), dove sta andando per comprarsi quattro birre fredde. Sul plateatico, una decina di clienti, tutti maschi: dei muratori rumeni a un tavolo, a un altro due pensionati e, in piedi, il solito terzetto di resilienti spacciatori-consumatori.

Sfila davanti al barbiere contiguo, a quell’ora chiuso, percorre un breve porticato d’angolo, delimitato, alla fine, dalla vetrina della rosticceria, e entra.

La signora lo riconosce, segnalandogli la cosa con l’occhiata abituale. Quattro – e lei va al frigo e poi appoggia le bottiglie sul banco (lasciando, cioè, che sia lui a infilarle nella sporta di stoffa, senza così bisticciarsi come quando invece voleva aiutarlo) e lui mette in un piatto 5 euro. La signora gli dà il resto e ci aggiunge una confezione di “nuvole”.

La scena

Il basamento che regge la scena ricorda un altare. Il cadavere è adagiato su un fianco in posizione quasi fetale ai piedi di un water. Solo la gamba destra è piegata, la sinistra, invece, si è allungata presumibilmente nella caduta.

Anche quella volta

Anche quella volta era estate e faceva caldo. Fiordèo Forlì, con la sua borsa di cuoio sottobraccio, suonò il campanello di Annina Marechiaro, cliente per cui amministrava circa mezzo milione, alle 18.05 in punto, cioè cinque accademici minuti più tardi dell’ora stabilita.

Capì che c’era qualcosa che non andava prima ancora di stringere la mano della Marechiaro, appena sulla soglia dell’appartamento. Il suo sorriso smagliante e assassino ne ebbe a soffrire poco, giudicò, sbirciando la faccia da bambina della cliente, poi entrò ma, preoccupato, si confermò nella prima impressione.

Aveva già appoggiato la borsa sul tavolo, quando il suo sguardo focalizzò la minuta sporcizia sulla tovaglia: ciuffi di pelo, capelli, insetti morti, macchie di sugo molto materiche, cenere e bruciature. E infine percepì un odore intenso di urina felina. Si sedette, aprì la borsa, ne estrasse dei fogli stampati e poi, risolutamente, guardò in faccia la Marechiaro, che si era seduta alla sua sinistra.

Uno

Ci fu uno, il secolo scorso, in Italia, che, conseguita la licenza elementare, cominciò subito a lavorare. Divenuto maggiorenne, pensò che, già che c’era, poteva anche andare lontano e, nel tempo, firmò diversi contratti per l’Africa e l’Asia, perché sapeva aggiustare le enormi macchine per il movimento terra delle grandi opere. Maturata la pensione a sessant’anni, ne visse altri dieci. Morì con la stessa nonchalance con cui aveva vissuto: disse che sentiva acqua nella pancia, venne ricoverato, erano i polmoni, in una settimana tolse il disturbo. Io fui testimone del momento fatale: aveva gli occhi chiusi, era scavato, una respirazione disordinata lo sommuoveva – finché, fatalmente, passò qualche secondo di troppo dall’ultimo respiro. Staccai la schiena dalla sedia… Sì, aveva smesso. Quando ne presi atto, quando, cioè, fui nello stato d’animo più vulnerabile, all’improvviso, orrendamente, l’uomo raschiò da profondità inenarrabili l’ultimissima aria e, espirando, abbandonò il mento sullo sterno.

Editor #23

Amos Garphino non sa più dov’è, non riesce a aprire gli occhi e muove braccia e gambe disordinatamente ma non convulsamente. In ogni modo appoggio sul duro, pensa, cercando di farsi bastare le prime impressioni… – nelle orecchie, però, un’eco di risacca lo imbarazza come una buona obiezione.

Musa

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Museo della follia, Salò.

C’è una volpe che passa dal giardino

C’è una volpe che passa dal giardino, ultimamente, nel week-end, dopo le 23.00. Passa davanti alla porta a vetri, si ferma e guarda dentro – guarda, cioè, noi, che guardiamo stupefatti lei, ferma lì.

(Mai, però, che abbia la prontezza d’impugnare lo smartphone.) (Significa solo che l’istinto giornalistico mi è estraneo.)

Trattino in the middle. Una favola

La prossemica #4

“D’altronde”, concluse, “sono la persona sbagliata.”