Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Categoria: Incipit

Sembra tutto a posto

Sembra tutto a posto, direi, sintetizzando nel modo più efficace ma anche più rozzo: la mattina mi sveglio, mi alzo, vado a lavorare, nel tardo pomeriggio torno a casa, mi faccio due birre, scrivo, mangio, leggo qualcosa, e infine vado a dormire, col proposito, non tanto segreto, di rifare, l’indomani, suppergiù nello stesso ordine, suppergiù le stesse cose… – Mica vero, niente è più a posto, perché io sono morto… Oggettivamente, non sono ancora un cadavere, le azioni di cui sopra io le compio. Non si tratta della congiuntura. Qui, il punto, è l’orizzonte, per la precisione, uno vocazionale. Ecco, io, ogni giorno, sono vocato (con ottime chance di riuscita, cioè – non immediatamente fattuale, magari, ma simbolica, che pesa perfino di più, sì) a morire.

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Scrivere per far soldi (incipit)

Non ho più tempo, diversi indizi me lo confermano. La coop di servizi bibliotecari per cui lavoro sta andando in malora per i debiti e perde, uno dopo l’altro, appalti storici. Ho sessant’anni e ho paura, perché, dei gigli di Gesù Cristo, a me, non frega un cazzo. Mi cago talmente addosso, insomma, che, a questo punto, l’unico rimedio che mi viene in mente è scrivere un romanzo di suc-cesso (pardon).

Incipit kafkiano

All’ora solita di un suo giorno feriale, si svegliò da un incubo nel complesso vago ma molto incuboso per due dettagli: la data del giorno corrente (nella forma gg/mm/aaaa) incisa su una porta e l’informazione, espressa da una stridula voce fuori campo, che quello era il giorno della sua morte. Tergiversò ancora qualche minuto, sotto il lenzuolo, cercando di recuperare altri particolari del sogno, ma senza risultato. Sicché si alzò, andò in bagno e pisciò.

Incipit di un’idea di romanzo, lungo almeno quanto la “Recherche”, che si potrebbe intitolare “La seduta”

Lo lascio dire:

– Non ho progetti e neanche ne faccio, non sono capace. Finito lo sgobbo, torno a casa, mi calo in poltrona, bevo birra e aspetto che una certa sequenza di parole mi incanti. Se ho fortuna, registro la sequenza su carta o su un file e poi ci giro intorno. Tutto qua il mio “scrivere”.

Ammutolisce per un tempo che mi sembra lunghissimo ma io, duro, non fiato. E finalmente aggiunge:

– Se mi penso “scrittore”, mi vengono in mente termini come “setaccio” e “scolapasta”… già “crogiuolo” per me è troppo.