Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Categoria: Commento

Io non so se la soluzione migliore politicamente sia andare a votare subito

…io mi sento di dire che sarebbe la migliore eticamente. Io mi sento di dire che è la verità il problema urgente. E il voto, nella sua banalità aritmetica, è sempre un chiarimento.

“E se vince S.?”, dice. Chiedo scusa, ma rispondo con un’altra domanda, retorica: Si sono potuti evitare il Fascismo, il Nazismo, il Socialismo Reale?…

La storia contemporanea riconosce un ruolo istituzionale cruciale alle masse popolari. Le regole del gioco politico moderno, cioè, contemplano, dalla Rivoluzione Francese in poi, anche questa strana cosa: la responsabilità collettiva.

Così, oggi, in Italia, non si esce dall’incubo solo ignorando o censurando l’esistenza di una maggioranza relativa di razzisti e fascisti. I poveretti hanno diritto come tutti di esprimersi e decidere. E secondo la regola della responsabilità collettiva, ne pagheranno “in percentuale” le conseguenze.

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Stress test

Il Cristianesimo, oggi, particolarmente in Italia (ma non solo), è sottoposto a uno stress test pastorale severo come non mai. Come non mai, cioè, oggi, il comandamento Ama il tuo prossimo come te stesso suona perlopiù ridicolo, assurdo, stupido.

CapS.

Mi fa impazzire (qui sembra che la metta sul ridere, ma io ho gl’incubi) leggere dei periodici sondaggi sulle propensioni di voto del corpo elettorale italiano. Ne esce la narrazione di una cavalcata trionfale di CapS., ovvero dell’attuale Ministro dell’Interno italiano.

Gli italiani, negli ultimi 100 anni, ovvero in regime di democrazia (con una comprensibile accelerazione negli ultimi quarant’anni), si sono infatuati cinque volte: di Benito, all’inizio, nel ‘920, di Bettino, sessant’anni più tardi, e poi, a raffica: di B., di Renzi e infine di CapS. A differenza dei tre che l’hanno preceduto storicamente, CapS. assomiglia meglio al primo, cioè al modello dell’infatuazione politica contemporanea.

100?

Millestelle

Le stelle si moltiplicano, direi, per i grillini no-tav (cioè doc).

Tattica

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S., ovvero il Ministro dell’Interno, ovvero il “Capitano”, farebbe, se posso, meglio a aprire la crisi al più presto, perché le ONG stanno tornando nel Mediterraneo e Lui allora potrebbe continuare a speculare sulla tragedia, col suo innato talento social, senza più responsabilità di governo e potendo dedicarsi solo a quello in cui è bravissimo: la propaganda.

Da “Il coraggio necessario”, di Luca Lanfredi

(Ringrazio Luca Lanfredi per avermi permesso di pubblicare due estratti dalla sua ultima raccolta, e, insieme, mi scuso per la formattazione degli ultimi due versi in corsivo di questo estratto, che, nell’edizione di Lamantica, prevede giustamente un rientro.)

 

 

Ogni parola ha un nome sconosciuto

 

 

D’improvviso un cielo di buio e di occhi,

un motivo da spiaggia che ci accompagna,

un freddo d’attesa che sorprende,

lo schianto delle braccia.

 

E l’acqua veloce delle azioni

come un nuovo attacco della voce:

 

Quale sarà, quale sarà

il tuo bene?

Luca Lanfredi in generale

(Luca Lanfredi ha appena pubblicato la sua seconda raccolta poetica, Il coraggio necessario, per Lamantica. Qui, mi limito a una breve riflessione sulla sua poetica, stimolata dalla lettura di questa nuova opera, sulla quale tornerò.)

 

Le poesie di Luca Lanfredi mi fanno pensare alle cose seguenti: a schegge di senso e di canto escisse da un immenso Corpo vivo, al loro essere fresco brano di un palpitante Intero accantonato come riserva d’organi, al loro alto peso specifico di puri gangli simbolici, di pure articolazioni comunicative, di puri passaggi narrativi.

La poesia di Luca Lanfredi usa il montaggio, in linea con la letteratura contemporanea più avveduta (secondo me). Qui, però, il montaggio costruisce congegni che hanno la forma e la funzione, appunto, di schegge/brani. Quando la leggo e poi la guardo, sulla pagina, vedo conglomerati franti e ruvidi, cioè appena staccati e non ancora piallati dall’esserci.

Il Ministro dell’Interno, nello smartphone

Il Ministro dell’Interno, nello smartphone, dice solo cacate, ovviamente – ovviamente perché le cacate sono quello che piace al suo elettorato. La sostanza, nel caso Carola Rackete, è che il Gip ha respinto i capi d’imputazione. Pochi cazzi, è l’indipendenza della magistratura.

Il bisogno di un avversario e, se va male, di un nemico

Io sono diventato adulto, come molti altri esseri umani, anche leggendo, riflettendo, assimilando, giudicando. In questo lavorio, nella parte che chiamerei “Visione del Mondo”, nel senso proprio dell’allestimento di un corpus simbolico – magari minimo, modesto, perfino banale – per rappresentarsi, come in un sol colpo, quella Cosa sempre vaga e fantastica che è appunto il “Mondo”, io, dicevo, un bel giorno, ho assentito convinto al concetto di lotta di classe: ecco, per me, la benzina della Storia (a quel tempo, in Italia, il partito di maggioranza relativa, la DC, poteva seriamente – senza apparire ridicolo – spacciare l’idea di una società essenzialmente non conflittuale e contrastare la teoria della lotta di classe).

Oggi, populisti e sovranisti tentano una reinterpretazione della contrapposizione, operando due sostituzioni: al posto del proletariato, i.e. gli sfruttati (=chi non possiede i mezzi di produzione), ci mettono il Popolo, e al posto della borghesia, i.e. gli sfruttatori (=chi possiede i mezzi di produzione), ci mettono le Élite.

La mia domanda è: cosa si può pensare, nei diversi casi sociali e culturali, delle diffusissime parole “Popolo” e “Élite”?