Bestie di scena

di Pierluigi Rossi

Vado poco a teatro ma, nel 2000, irretito da non so quale stimolo informativo, sono andato a vedere Genesi, della Societas Raffaello Sanzio, e mi sono fatto una prima idea (a quarant’anni!) della potenza espressiva e simbolica di cui il teatro è capace ancora oggi.

Ecco, un teatro così sofisticato come quello di Romeo Castellucci non c’entra proprio niente con Bestie di scena, l’ultima regia (la prima per me spettatore) di Emma Dante, visto al Piccolo sabato 11. In Bds, ovviamente, il verbo è assente, dato che, come è noto, le bestie fanno solo versi – che oltretutto non sempre hanno una parola che li nomini.

L’idea è chiara e semplice, come spesso le buone idee: 7 attrici e 7 attori, dopo 10 minuti di riscaldamento (in cui ciascuno, a turno, guida il gruppo), si denudano e, nudi, reagiscono per un’ora circa a input provenienti dalle quinte laterali e dall’alto. Dai lati: acqua (in una tanica) da spruzzare, lunghi teli per coprirsi o tenersi, pertiche per misurare, noccioline da mangiare e sputare (anche in platea), palle da palleggiare, una bambola parlante (con Only you, dei Platters, le uniche parole dello spettacolo) da bamboleggiare, una sciabola per sciabolare, stracci per asciugare e, alla fine, scarpe e vestiti (tolti al principio) lasciati lì…; dall’alto: scope per scopare.

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