Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: ottobre, 2015

Mini romanzo. Mercoledì #67

Il mercoledì è libero ma lui pensa, senza vere pezze d’appoggio, che possa sempre passare un tecnico del gas a disturbarlo. Vede anche, per così dire, dietro quel pensiero e riconosce il suo caro odiato nemico. Non si arrende e sceglie come costume quello minimo di Gesù in croce: mutanda, corona, chiodi e fessura costale – nient’altro, la croce è omaggio.

Le sole palle al balzo sono le ombre della notte

Le sole palle al balzo sono le ombre della notte,

Sylvie Vartan alla radio (Come un ragazzo),

un punto di luce alle spalle e qualche

rilevante istanza memoriale.

 

Il gioco include l’accessibilità

alle regole e al loro campo di validità.

Il necessario è lì a portata – non catalogato,

forse, ma concentrato sì.

 

Una buona via d’uscita è descrivere il deserto:

le sue imprecisioni delicate, la sua

falsa somiglianza, il suo

aggallamento.

Go down, Moses. Scena prima #2

Dietro il velatino, un ambiente chiaro e uniformemente illuminato, vuoto; colori pastello, il fondale è un sobrio tendaggio di color bianco-sporco.
Gli attori entrano quando ancora gli ultimi spettatori stanno raggiungendo i loro posti. Sono quattro uomini e tre donne, vestiti come per un cocktail o un vernissage.
Le luci di sala non si spengono, si smorzano molto lentamente, quasi tutta la scena si svolge con le luci di sala accese.
Gli attori passeggiano, si uniscono, si dividono, s’incolonnano – e poi due si fronteggiano, uno si accosta, abbraccia l’altro e appoggia la testa sul suo petto.
Un attimo dopo, colui che abbraccia si affloscia come una marionetta e si sente un suono tipo KLO-KLO (che pavlovianamente induce, chissà perché, una nausea istantanea) – qualcosa di simile, insomma, alla rottura del collo per effetto di una secca torsione. La differenza è che qui, apparentemente, non c’è violenza.
Questo numero del collasso col KLO-KLO si ripete e, ogni volta, lo sente la pancia.
Poi un’attrice srotola un poster che riproduce il leprotto di Dürer e lo appende al fondale…

Uomini tedeschi

Mi è successo già di scoprire un libro dopo averlo preso in mano diverse volte, anche nel corso di anni, e mi sta succedendo adesso con Uomini tedeschi. Una raccolta di lettere formidabili, non solo di rockstar (Goethe, Hölderlin e Brentano, certo, ma anche, per dire, Johann Heinrich Kant e Samuel Collenbusch).
L’idea è semplice, mi sembra: io conosco, dice Benjamin nella prefazione, tracce e prove epistolari di vite onorevoli e generose, eccone qua un secolo, dal 1783 al 1883.
Le prime sette che ho letto, tutte perle. Una è straziante, una trepida, una indomita, una fatalista, una puntigliosa (Collenbusch con Kant – ignorato), una amorosa, una remissiva…

 

Walter Benjamin, Uomini tedeschi. Una scelta di lettere, Adelphi, 1979, traduzione di Carla Bovero.

Io e il mio nemico ci conosciamo

Io e il mio nemico ci conosciamo

credo da sempre –

Una conoscenza, comunque, tanto reciproca

che ho smesso di confidare compulsivamente

nell’agnizione. Ci si riconosce, così, solo

all’ultimo momento e giusto

un attimo prima che sia

troppo tardi.

Il mio nemico è tale, per me, in virtù

di un’opzione preventiva: lui vuole, io no.

Go down, Moses #1

Istintivamente, mi è sembrato un film. Vari elementi concorrono: un’ora e mezza senza soluzione di continuità; l’incredibile facilità con cui Castellucci se ne fotte dei limiti imposti dal palcoscenico e s’inventa dimensioni stupefacenti; la musica e i suoni di Scott Gibbons (nella terza scena, mi sembra, ha sottoposto il pubblico a tre-quattro minuti lunghissimi di fragore d’aereo coi motori al massimo); l’uso dei generi narrativi: thriller, splatter; le dissolvenze, fra scena e scena, in nero e “musicate” – e tutto, visivamente, sfumato da un velatino teso sulla linea del sipario dall’inizio alla fine dello spettacolo, un effetto-flou integrale (ecco, questo, a dire il vero, ha più del sogno). In ogni caso, una fluidità di fruizione davvero filmica (chapeau a macchinisti e manovali).

Go down, Moses

Visto dunque Go down, Moses, sabato 24 ottobre 2015 (gli spettacoli della Raffaello Sanzio sono sempre da segnare sul calendario). Prima impressione (ma l’essenziale dell’esperienza lo restituirò per disseminazione): solita, squisita qualità pittorica di Romeo Castellucci (regia, scene, costumi, luci).

Editor #15

Amos Garphino prese in mano una penna a sfera il 22 ottobre. Il foglio di carta ce l’aveva già davanti. S’accingeva a dare notizia di sè a Witten (che a quella data era morto da un giorno), dopo l’appuntamento mancato. Scrisse in sintesi del ricovero a Sondrio e propose un nuovo appuntamento per il 31 dicembre, nientemeno.

Un meccanismo perfetto

È difficile ammettere che la Legge (L)

sia un meccanismo perfetto – non

nel senso di “giusto” ovviamente

ma di “funzionante” (se non funziona,

la L non è, punto) (la funzione,

d’altronde, non ha altro

scopo che funzionare). Perché

dico “perfetto” allora? Per dire, credo,

“inesorabile”, dato che solo

la morte, nell’Occidente Mondiale

Globale, lo è di più. Anche

quanto viene rubricato, senza

troppi sensi di colpa, come

“parzialità”, “ingiustizia”, “inefficienza”,

ne è un prodotto, e non di poco conto.

Ma tutte le cose hanno questa

caratteristica di funzionare

nella Realtà e mai nell’infinita

estenuazione del pensiero.

I minuti e poi le ore

I minuti e poi le ore

allentano i legami, perdono

la forma, lasciano che sia,

venga come venga.

Il paesaggio è un cerchio

d’orizzonte fluido, fra acqua

e miele. La quantità assurda

delle alternative è solo

un ricordo, ogni

opportunità, ormai, si traduce

in scelta – e scola.