Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: agosto, 2015

Cercherò di non avere la paura del mio nemico

Cercherò di non avere la paura del mio nemico.

Di ogni paura, perciò, che si affacciasse, farò

il bersaglio del mio arsenale, nessuna remora

sulla possibilità di una trattativa.

O vita o morte – è il mio nemico! Si merita

che sorvegli ferocemente la sua clausura in me.

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Da quando ho il mio nemico

Da quando ho il mio nemico, mi sento un altro –

sto meglio. Prima, nemmeno immaginavo da dove potesse

venire il colpo che mi atterrerebbe. Adesso, invece, ho

un certo orizzonte da sorvegliare in particolare

(poi, mi guardassi, si capisce, anche

un po’ alle spalle). Potrebbe certo sembrare

poco attraente la trasformazione full time

in sentinella, ma questo è il problema: lo scopo.

Si può sempre sorvolare su quello esistenziale, in favore

di quello strumentale. Si può, per esempio, prestare

soldi ma non soccorso. E tutto per un equivoco?

Mah. Quel giorno (come quale?! …

quel giorno…!) non è mai trascorso.

Descrizione esteriore in movimento del mio nemico

L’occasione è soprattutto privata – quando è pubblica, ha quasi vinto.

La voce perde espressione, non vibra.

La retorica tende alla disputa.

La fisiongnomica e la prossemica inaridiscono.

Lo sguardo, ah lo sguardo. Ha la punta.

La pertinenza stilistica ha natura storica – e tutti: Eh già!

Cinque frammenti sfusi

Colei o colui che, un bel giorno, si sveglia

e si sorprende (per le ragioni più diverse: dalla vita

*

Presto o tardi, messo in crisi dallo spirito

del tempo, pubblicità

*

Un mare di segreti

e pesci-detective

*

“pancia” – ecco,

questa pancia piena di paura perché sede naturale

*

E poi la briga

del continuum

Tregua e nuova manifestazione

Dopo il recente riconoscimento, una tregua

ansiosa di tre giorni. La nuova manifestazione

ostile germina un pomeriggio, ma sembra come

accontentarsi di fare atto di presenza.

 

In realtà, il mio nemico si schermisce. Il suo motto

è una coppia passepartout di imperativi: Sottovaluta

e ripristina – ripetuto mille volte sottovoce

all’orecchio sortisce il suo effetto.

7 a. m.

(Dettagli gratuiti.)

 

Il netturbino accostò il mezzo al marciapiede e scese. Sotto l’ascella destra serrava un mazzo di rotoli di plastica e, in mano, dalla stessa parte, stringeva lo smartphone. La mano sinistra, invece, gli serviva per il mignolo con cui sondava il vacuum auricolare.
Io che lo stavo osservando sedevo su una panchina dall’altra parte della strada. Erano le 7 a. m. di un 15 agosto a Long Island.
Mi accesi una sigaretta e, con la coda dell’occhio, percepii l’ingresso in scena di un alano nero che portava a spasso il padrone – un classico broker quarantenne con la barba lunga, disfatto dalla notte appena trascorsa. Lo stato dello smoking denunciava che non si era spogliato prima di svenire. Mi passarono davanti a un metro e mezzo di distanza e fu allora che qualcuno gridò. Un grido solo ma lancinante. Intuii che l’aveva cacciato il netturbino. Il broker aprì gli occhi, dopo che l’alano aveva smesso di tirare per puntare e abbaiare in quella direzione. Girò la testa e gridò pure lui. Io adesso non lo vedevo in faccia ma sapevo che moriva di paura.

Io e il mio nemico

(Qui gli appunti.)

 

L’obiettivo è chiaro: neutralizzare

il mio nemico. Altrettanto chiaro

è lo stato delle cose:

il mio nemico è prigioniero

e io sono la sua prigione

(o la sua tomba) – devo solo

fare del mio meglio

per contenerlo. Penso: Se lo tengo

chiuso in me, forse

non fa danni fuori di me. Poi decido, prag-

maticamente, che devo sorvegliare

ogni minimo risentimento,

ogni minima patologia,

ogni minimo sconfinamento

logico-esistenziale.

 

Il mio nemico è anche, però

(attenzione, un “però” pesante),

la mia materia di studio –

ovvero, per chi sa un’acca

di latino, è ammore (con due emme). Amo,

concludo, il nemico che neutralizzo, mi ci rivedo

come in uno specchio.

Appunti per una poesia

Imprigiono il mio nemico.
Sono la gabbia del mio nemico.
L’ipotesi è che il mio nemico abbia troppa voce in capitolo, troppa facoltà di interazione con ciò che sono e faccio – il che significa che, come gabbia o prigione, sono poco efficace (ci sarebbe un’altra possibilità, esclusa: che il mio nemico sia troppo forte).
Ecco dunque un obiettivo chiaro: contenere, anzi, neutralizzare il mio nemico, tanto più che è facilmente individuabile: ogni minimo risentimento, ogni minima patologia, ogni sconfinamento logico-esistenziale. Pesare ogni manifestazione e vibrare il colpo adeguato. (Il più micidiale, credo, è smettere di giocare, la formula esatta è: Basta essermi nemico!)
Certo, il mio nemico è anche la mia materia di studio – ovvero, per chi sa un’acca di latino, è ammore, con due emme. In questo senso ne ho bisogno come di uno specchio.

Discorso del Mittente al Destinatario

Per quale ragione dovrei parlarti di rose o margherite, se ne sai (ci scommetto) molto più di me? Non preoccuparti se quello che voglio è ragguagliarti intorno a faccende che non ti riguardano. Si tratta spesso di serie, telenovele, sceneggiati (vecchio termine televisivo italiano per dire una storia in più capitoli a cadenza settimanale), cose, insomma, cui è d’obbligo, forse gradito, affezionarsi.

Il punto è quella faccenda della ringhiera sull’abisso puzzolente di mandorla amara, è lì che, senza tanto sottolineare l’enormità del salto, si decide l’a-capo. Sembra la solita saggezza maturata a cantonate – lo è? Non importa, importa il salto.

Mi fa soffrire ma quello che avevo da dirti l’ho detto e, se poi non l’hai capito o credi di non averlo capito, è compreso nel prezzo. Vedi, le valigie, lì pronte? Vedi che, essendo inverno, indosso già il cappotto? Metti insieme un dato dietro l’altro… Ah, i contatti, io mi muovo, giro, vedo, forse sto.

Come la rosa

Una poesia è una poesia è una poesia –

come la rosa?

 

Intanto la poesia usa la rosa

molto più di quanto la rosa

usi la poesia.

 

Poi è perfino giusto che di quando in quando, data

la dimensione di massa della sua produzione, qualcuna

o qualcuno si domandi cos’è. C’è un mucchio

 

di risposte prêt-à-penser. Latita, non tanto

il fondamentale richiamo all’etimologia – fare, costruire, edificare –,

quanto il coraggio di piantarci un chiodo. Domando:

È proprio necessario che una poesia, oltre a essere, sembri

una poesia?

 

Oggi, forse, la poesia è

quanto meno sembra.