Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: giugno, 2015

E ti dirò di più

Roba fresca! La bella roba fresca!
Direttamente dall’orto serale e speciale,
nutrito dalla luce riflessa
della Luna, sempre lì commossa
per la sorte del pastore
(“errante”, forse, è un’iper-
determinazione imbarazzante).

Insomma, sono venuti
i due babilonesi. Per un po’ – il tempo, forse,
di sorbire i cocktail – hanno
palesemente tergiversato, soprattutto
quello uguale all’altro (questo è Costa – Corrado
Costa) – io, però, ho capito e li ho invitati
a seguirmi.

Niente può districare
le voci, le persone, gli insiemi (economici, sociali, culturali,
politici). Sulle dita – le famose
“dita del pensiero” –, resta un velo di sangue nero,
vegetale, la traccia di una gag, la solita
prigione… Ma usami, ti prego,
la cortesia di richiamare

e ti dirò di più.

Diario di lettura: La circostanza

Francesco Paolo Maria Di Salvia, La circostanza, Marsilio, 2015, 626 p.

 

L’ho cominciato (sono a p. 14) e ne ho avuto una gran bella impressione. L’imbeccata la devo a Giulio Mozzi, che l’ha sponsorizzato su Vibrisse.
Inizio in medias res – e che res! È il 1946, per l’esattezza il momento in cui la Corte di Cassazione conta e riconta i voti del Referendum, senza mai decidersi a proclamare la vittoria della Repubblica. Italo Saraceno sembra uno strafigo, 22 anni, partigiano, comunista, sta con Emilia, che ama, desidera e stima (lei gli dice cosa leggere – per esempio, Gramsci)… sta regolando certi conti con un suo Spettro… ma al Viminale!, mentre è in attesa di ordini per conto del Partito (fa il galoppino fra il Segretario del Segretario e la redazione de L’Unità)… Si aprono le porte della sala dove si è svolto il consiglio dei ministri e escono e subito spariscono De Gasperi e Togliatti…

Pezzetto su di me in quanto automobilista, stimolato dalla lettura di Vacche amiche – a oggi, giugno 2015, l’ultimo Busi

Per essere sul mio posto di lavoro ho bisogno della macchina, guidare mi serve per lavorare, siamo in tanti, direi. La natura di mezzo dell’auto e dell’automobilista, però, evidentemente, è fonte di guai – peraltro di esperienza, diretta o indiretta, comune. Io che concedo alla traslazione automobilistica tutta la mia attenzione e la mia prudenza, in quanto appunto mezzo di lavoro, vedo soggetti e comportamenti… – non trovo neanche il predicato… dovendo scegliere un’icona, con la sua brava barra diagonale del divieto, vedrei bene il braccio abbandonato lungo la portiera. Nel dettaglio, mi addolora questo che mi sembra un vero medioevo della Freccia (segnalazione di direzione). Quasi più nessuno la usa, cioè quasi più nessuno ritiene sacrosanto comunicare le proprie intenzioni su gomma. Sicché, mi sono preparato per tempo la scena della mia vendetta, compatibile e flessibile, e quando mi toccasse il solito suv che mi taglia la strada senza mettere la freccia e poi si ferma al semaforo – e quel giorno, magari, rosicassi alquanto –, come non afferrare la palla al balzo? La sacra rappresentazione che ho perfezionato è la seguente: apro la portiera, scendo tranquillamente dalla macchina e raggiungo il suv dal lato del volante. Il finestrino è abbassato, mi faccio notare dall’uomo alla guida alzando l’indice destro, l’uomo sorride, come per dire “Prego”, e io faccio… – ma devo essere velocissimo, avendo soprattutto localizzato e valutato in meno di un secondo il target della mossa: introduco la mano nell’abitacolo, afferro la freccia, la strappo e dico: Se questa cosa, in questo punto, non ti serve, trovagliene un altro… Già, sarebbe bello… Primo, però, non è così semplice, credo, spezzare e strappare la “freccia” di un suv, secondo, se il conducente reagisce troppo prontamente, manca il tempo di dire la battuta.

Senti, Fratello, lasciamo stare, vuoi?

Sicché, dopo aver frugato

un po’, è l’ora

di dire basta, caghiamo

qualcosa di fresco.

(Un consiglio ai poeti del web: la Poesia è un Drago.)

(“Drago” con la “d” maiuscola

vuol dire che ci vuole un “S. Giorgio”.)

(…Qualcuno, qui intorno,

è forse un “S. Giorgio”? – Io no.)

(Si capisce, “Io”,

in quanto “ruminante”.)

(“Ruminante” vuol dire che ci vuole

un “Garosio”, prima della fine del “Munch”…)

(Senti, Fratello, lasciamo stare, vuoi?)

I don’t like

(Questa cosa mi costringe a una precisazione. Tra i nuovi gesti culturali, c’è il “like”, il “mi piace”, una faccenda importante – tanto, qualche volta, da prendere fattezze idolatriche…)

 

I don’t like

the “like”*.

 

I and they

ask: Why?

 

Two words:

Be quiet.

 

 

*I like Ike, slogan della campagna presidenziale di Eisenhower nel ‘952.

Le regole del gioco

Le regole del gioco prevedono anche, se non

la sanzione, perlomeno un richiamo severo,

a ogni tentativo di farle oggetto di discorso

ignorando le procedure. D’altro canto,

se nel gioco si fa questo gran parlare

di trasgressione, è ragionevole allentare

le briglie e consentire un’innocua maldicenza

e perfino qualche blanda sollevazione.

Una metafora, non un dittero

(Dai vecchi file.)

 

Povera mosca domestica, la sola

utilità che l’uomo sappia riconoscerti,

per quanto almeno un uomo può capirne,

è una qualche rilevanza

nella catena alimentare,

esser pappa, insomma, non altro, cara,

di viventi più potenti o accomodanti.

 

“Mosca”, dunque, propriamente,

è una metafora, non un dittero.

Le cose e gli sguardi

(Ho fatto una cosa che non facevo da anni, ho aperto vecchi file. Il pezzo che segue, con qualche aggiustamento, è uno di questi.)

 

Anch’io guardo le cose, ma non vedo solo cose – io vedo cose e sguardi.
Già, anche gli sguardi. Li vedo sulle cose e, se mi interessano, risalgo alla loro fonte.
Lo sguardo che inquadra qualcosa, che cade, come si dice, su una cosa, la vela di un’alea. Io, perlopiù, incappo in alee prodotte dagli sguardi che cadono sulle cose.

Ma ci sono anche sguardi senza oggetto, forse senza intenzione o mossi da intenzioni ombrose, che dovendo pur cadere da qualche parte, esplodono così, all’improvviso, su una piazza, nel cielo, per chilometri di atmosfera sulla verticale di un punto, contro una montagna, lungo una via, etc. Allora verifico chi ne sia l’autore, e, immancabilmente, colgo nei suoi occhi imbarazzo e vergogna.

Naturalmente, sulle cose, ce n’è spesso parecchi contemporaneamente di sguardi. Sono le cose a cui, in genere, riservo poca attenzione.
Se però succede che la dinamica delle alee intorno a bersagli di più sguardi insieme mi incuriosisca, vedo una specie di travaglio del senso e mi commuovo.

Lo sguardo modifica la cosa – tanto è vero che le cose cambiano. Si dice: “per l’azione dell’uomo e della natura”. Mica vero.
La natura è solo uno specchio. Resta l’uomo – E lo sguardo è l’azione. Anche un cieco, se pure non ci vede, non perciò non ha uno sguardo. Ma questo non si vede, si conosce.
Io vedo, con le cose, lo sguardo fisico, lo sguardo di chi la vede. Incluso il mio.

È così. Ma è difficile spiegare. Il linguaggio, da solo, mette a disposizione strumenti retorici, metafore, ma non basta.

Globish is my globish

Globish is my globish,

like italian is my italian.

(Sorry,

if the cat is always

on the table, with the pen

and the pencil.) (In any case,

the difference between

“world” and “word” –

Joyce teaches –

is only an “l”.)

Non c’è niente, a questo mondo, di finito

Non c’è niente, a questo mondo, di finito.

La morte individuale, per esempio,

è solo un limite oltre il quale

non è dato, umanamente, scorgere

sviluppi – detto altrimenti, è solo l’ultimo

sviluppo registrato. Così, in mancanza

di superfacoltà, ci si può accontentare

di sogni: versamenti vertiginosi, in-

fiorescenze inopinate, ri-

cognizioni ri-

costituenti, spassi spessi.