Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: giugno, 2014

La parola “sole”

La parola “sole”, per esempio, va sempre bene per un incipit.

Se un poeta, occasionalmente, non ha idee, può, senza stare

tanto a pensarci, scrivere “sole” e, d’incanto, il fascio temerario

delle opzioni, ecco, è un poco sfrondato. Vuol dire che attraverso

nebbie e foschie è offerto al poveretto un menu leggibile

di direzioni. È come al supermercato o in biblioteca:

scorre le associazioni, anche saltando fra i criteri.

Annunci

Editor #5

A 69 anni, Amos Garphino viene a conoscenza della Valtellina. Succede a una cena di lavoro con i vertici della LollipopEd, da “Romeo”, il ristorante di Brooklyn, quando John Pistoletta, il suo amico co-interessato all’incontro, propone di abbinare a un manzo all’olio un Grumello Riserva. Una associazione abbastanza scorretta ma il vino, a Amos, piace molto e prende informazioni. Il fuoco del suo interesse, così, trapassa dal vino al contesto geografico di produzione. Compra libri sulla Valtellina.

Cosa importa che tempo faceva

Cosa importa che tempo faceva, se, per esempio,

verso le 7, stava spiovendo ma il cielo non si apriva

e, per due ore ancora, lo velava la nuvolaglia

e, solo dopo le 10, filtrava un sole guazzo,

oppure se la voglia di dormire era passata

e vinta l’inerzia delle coltri, complice un inusuale

appetito anglosassone?

Dovrei parlare dei cuccioli

Dovrei parlare dei cuccioli,

della Vita in tempo di pace,

dei concetti di rottura e di guasto,

del tempo che fa e del giardino,

di Rossana e del razzolare,

della luce di Vermeer

e del buio di Caravaggio –

Ho sfogliato

Ho sfogliato La Repubblica e La lettura (di carta),

ho letto L’amaca di Serra, le recensioni di Vitiello

su un saggio antropop, di Giglioli sul secondo romanzo

di Davide Orecchio, Stati di grazia, la rubrica di Orrico,

una bella stroncatura di Coelho sotto forma di elenco

delle bellezze che Dio ha donato al Brasile; mi restano

il sermone di Scalfari

e un articolo di Piperno su Salinger, che tengo per dopo.

E intanto sono qui, ancora a mani vuote.

Editor #4

L’individuo umano – tanto più quello del principio del Ventunesimo secolo – è un essere sociale, no?, cioè aggiunge il suo nome a un sistema di altri nomi. L’individuo del caso, di nome, fa Giovanni e, di cognome, Witten.
Ma la socialità dell’essere umano non si accontenta di offrire al Moloch del sistema solo un nome, perlopiù ci aggiunge, come predicati dirimenti: un contesto spazio-temporale e una funzione (lavoro, professione). L’individuo del caso, Giovanni Witten, è di nazionalità italiana, con un 50% di sangue austriaco, di lavoro fa il malgaro sui pascoli della Valtellina e scrive poesia, per l’esattezza, si ispira al Virgilio delle Georgiche e compone, in una lingua disperatamente aulica e tecnico-didascalica, il poema della Malga – proprio nell’intenzione di fissare (cantando, il modo migliore) un sapere.

Espressione e comprensione

L’importante, dal punto di vista

dell’espressione, è limitare

la comprensione, ovvero

lasciare che il senso sguazzi

nel buio delle cose.

1

Casa mia, per ragioni che mi sono ignote, momentaneamente non è abitabile. Ci sono venuto con papà solo perché lui ha qualche faccenda da sbrigare (forse c’è anche mio fratello), e intanto che è impegnato esco. Mi ritrovo su un campo da basket, dove c’è un gruppo di ragazzi che non conosco. Uno di loro mi chiede se gioco meglio a calcio o a pallacanestro. Mezzo imbarazzato e mezzo lusingato, rispondo che preferisco la pallacanestro. Credo voglia invitarmi per una partita e invece, ai suoi ordini, il gruppo comincia a fare ginnastica. Un po’ deluso, torno in casa a vedere papà a che punto è e lo raggiungo in cucina. Qui c’è un mobile-frigo da gelateria, ma più piccolo, col portello in vetro che si apre dall’alto. Dentro, sono visibili vaschette con gelati di gusti diversi. Papà ha confezionato i vari gusti in cilindretti avvolti nella carta e li sistema su una specie di vassoio di legno. Dico: Ah, lo lasci qua (alludo al mobile-frigo), e poi domando se ha finito, e lui mi risponde di sì. Vado allora da mio fratello (che dunque c’è) e lo avviso: Dai che andiamo.

Sotto un’enorme magnolia fiorita

Sotto un’enorme magnolia fiorita
(nuvola-macigno rosa-antico),
una poltrona ricoperta di velluto
verde-oliva liso e stinto; sulla poltrona, seduta
a gambe incrociate, parla una vecchia nuda, vestita
solo dei suoi lunghi capelli bianchi.
Davanti a lei, un pubblico
di umani e altri animali.

Arrivo tardi, mi accomodo
ma non capisco… Senza muovere le testa,
sussurro al cane che ho alla mia destra:
“Come parla?”
ma quello non mi caga. Allora mi rivolgo,
sempre immobile, al cavallo
che sta alla mia sinistra:
“Come parla?” –

Mi chiedo se il cavallo non comprenda
solo lo spagnolo e il cane solo il latino.
Ma la vecchia non parla né l’uno né l’altro.
Considero insomma la possibilità di scindere
la funzione di ascoltare da quella di capire.
L’idea potrebbe avere una sua utilità
pratica e teorica in politica
e psicologia, per esempio.