Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: maggio, 2014

A Mar(ta)(ta-ta-tà)

Ti voglio sempre – primo, voglio

la persona,

esuberante, orale, facile alla commozione,

con questa missione esclusiva che è vivere; secondo, voglio

la donna,

rubensiana in scala

minore, con tutte le sue curve. Penserai

 

che sono dieci anni

e che dieci anni fa

era diverso, segno

che il quanto ci ha segnati. So che sfondo

una porta aperta e affermo,

amore, che l’amore

è un agguato piramidale.

A un incrocio

Il linguaggio serve per comunicare, cioè per scambiare, fra soggetti, cose, che siano materia o simbolo. Se io dico “Per favore passami il sale” e le mie parole accedono all’attenzione accomodante di altri da me, ne avrò in cambio un salino, e se proprio sono sfortunato, mi informeranno che al momento lo sta usando Piero. (La sfortuna, quella seria, tocca quando non è data tout court attenzione, o quando l’attenzione è ostile.)
Nella prassi, sembra così, la prassi, cioè, sembra rispettare il principio. Resta il fatto che, immancabilmente, trovi quello della tartaruga irraggiungibile, che ti mostra come lo scambio delle cose è piuttosto la deriva del senso: escluso che ciò che passa da qui a lì sia ciò che s’intese – o perché altro o perché mutevole.

Editor #3

Amos Garphino, al trentesimo piano del Seagram (quello di Van der Rohe), guarda fuori dalla vetrata del soggiorno del suo amico John Pistoletta, editore e mercante d’arte. Ha le mani in tasca e si sente vecchio. John è all’appuntamento col pusher e lui, anche se non si droga, gli ha promesso che lo avrebbe aspettato. A lui gli bastano due dita di Bortiuska, il bicchiere sta sul tavolo, in parte all’ultimo numero di Blooding, su cui è uscita la stroncatura di Doc Doc.
Torna al divano. Si siede. Avvicina a sè la rivista aperta. La pagina sinistra è occupata interamente da un suo bellissimo primo piano recente in bianco e nero. Sulla destra, a caratteri cubitali, il titolo dell’articolo: Why? L’occhiello è la descrizione bibliografica del suo libro: Amos Garphino, Wasting Time, Prhoudon House, 2013, p. 123. Sotto, c’è l’immagine di copertina, con l’ambulanza warholiana antichizzata di John.

Mini romanzo. Programma #40

L’idea è questa: trasferire una sempre maggiore quota di coercizione dal corpo alla parola. Il corpo va bene per fare e per godere, non per impedire che si faccia e che si goda. A questo fine, è più efficiente e efficace il mezzo verbale. Naturalmente, poiché si tratta di una conquista graduale, iperbolica, sono indispensabili pazienza e tenacia.

Solita isola greca

Solita isola greca, non adesso,

l’altrieri. È lì, canonicamente,

il mare –

è il Mediterraneo

Orientale.

 

Per Lei che ne esce,

surfando sulla conchiglia

tratta fino al bagnasciuga

da una muta di orate (davanti)

e tonni (dietro), bisogna venire

 

prima all’alba. È nuda, non ha i veli

della pittura, Lei sembra

essere l’evento. Smonta

dalla valva arenata, si lascia

cadere supina sulla sabbia,

 

a gambe e braccia aperte – e il sole spunta.

Quello che resta sempre da dire

Quello che resta sempre da dire, come un avanzo d’intenzione

per il giorno dopo.

 

Ogni versamento è perlomeno

la traccia di un tentativo, per le medaglie non c’è più posto.

 

Al limite, la metafora, dai spago al peso e confidi

nell’amo che pende.

 

In termini di spazio è scellerato. È il piede sbagliato.

O è meta o è direzione.

 

Una firma, benché bizzarra, il buco nero – non ti dico

le correnti.

 

Rovesciare il tavolo

fa il tutto esaurito.

 

Un pubblico di fanatiche

talpe divine che annusa l’intrattenimento lassù.

Hendrik Höfgen

Cosa ci vuole per fare un

Hendrik Höfgen.

 

Per cominciare, sicuramente il talento.

Altrettanto sicuramente l’ambizione. Come quadro,

direi che serve un profilo anale, coi suoi collegati:

egoismo, superficialità, crudeltà (ma solo

per finta, veh) e presunzione.

Hendrik Höfgen è un artista fortunato –

ma, che te lo dico a fare?, non come Goethe.

È un poveruomo fortunato nel momento

peggiore del mondo – Sfiga obliqua? Magari.

L’architrave si è abbassata ancora un po’

L’architrave si è abbassata ancora un po’, questa

è l’impressione indefessa, reiterata,

a lungo andare francamente noiosa, bisognerebbe

infischiarsene? Eppure, un’occhiata anche distratta

non lascia margine al dubbio: c’è il sole,

l’azzurro è il lapislazzulo esatto di Michelangelo,

se ci fosse una nuvola, sarebbe disegnata dalla mano

di un bambino, le foglie d’erba sono dappertutto –

Niente da fare, l’architrave si è abbassata.

La tentazione, adesso (ma il solo pensiero

fa tremare i polsi), è indurne che seguiterà…

Salvo, magari, realizzare, molto dopo,

che fu altro – forse, pura prossimità.

Editor #2

L’omonimia con l’attrice tedesca degli anni Trenta non preoccupi il lettore, nessuna parentela. Ma questo adesso non importa – adesso, dico, che sta esponendo agli amministratori il piano annuale. Ci sono tutti, perfino il più grande Poeta Morente, assistito, si capisce. Ma ce ne sono almeno altri due che non si vedono mai: il Professore, un trevigiano, quello che ha letto tutti i libri e non ha mai pubblicato (ma si dice anche “scritto”) un rigo; e l’Orso, un ottantenne canadese praticante di wrestling. Gli altri sono banchieri conformi.

Le mie parole

Un tempo (permettimi di non quantificare, permettimi

di non sommare incertezza a incertezza) – un tempo, dicevo,

le mie parole sembravano pronte all’uso, chiavi in mano, nessun

preconcetto sabotaggio dei punti cardinali e della

prossemica. Malgrado la musica, lo stimolo

sembrava traducibile nel linguaggio corrente senza perderci.

Acqua alle funi!, gridavo. Oppure sussurravo: Preferisco di no.

Questo (io sapevo e tu confermavi) si capiva, consentendo

a entrambi di credere di capire – Poi, però, purtroppo,

(mannaggia?) è successo qualcosa. Anche medici e psicoanalisti

hanno preteso di valutare la fattispecie. Tutto inutile,

dato il punto di partenza.