Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mese: febbraio, 2014

Embrione

Boncinelli

Non lo manipola nessuno, l’embrione. Perché dovremmo manipolare l’embrione?

 

Severino

Ma l’esperimento sull’embrione si fa.

 

Boncinelli

Ma di topo!

 

Severino

Sarà quello che fai tu. Oppure si vede che sono topi gli embrioni umani prodotti in soprannumero, eliminati dopo l’impianto, qualora risultino malformati e via dicendo. Tutte queste sono manipolazioni. In America la manipolazione dell’embrione umano è anche più avanzata.

 

Edoardo Boncinelli, Emanuele Severino, Dialogo su etica e scienza, San Raffaele, 2008, p. 63.

Annunci

Contro l’amore

L’amore è un argomento, una specie di recinto

per i cani, smerdato in lungo e in largo.

 

L’amore è un simbolo universale, ovvero un cimento

critico costante e indifferibile.

 

L’amore, perciò, serve:

al potere, alla pubblicità, alla scienza.

 

L’amore serve soprattutto

alla vita quotidiana, nervatura di ogni azzardo.

 

L’amore e la sua qualità di bene disponibile

sono evidentemente 2 bufale.

 

L’amore è un sintomo, sta per qualcos’altro,

ecco, bisogna andare al sodo.

 

L’amore fa pensare alle Hawaii, legittimo

il sospetto del business.

 

L’amore riempie i silenzi

che dovrebbero stare vuoti.

 

L’amore è un capitolo necessario della psicologia

per cui la psicologia è inadeguata.

 

L’amore è anche quella cosa assente (la sua performance

migliore) di Colazione da Tiffany.

 

Se una o uno non ha niente da fare,

ecco che pensa all’amore.

 

Se una o uno vede la morte (in quello stato comune di panico

sociale e culturale), ecco che pensa all’amore.

 

Se una o uno guarda dalla finestra, ecco,

chissà perché, che pensa all’amore.

 

L’amore, soprattutto, torna buono come

genere, non, cioè, come intero.

 

Per l’intero, non basta l’amore, che è

un argomento platealmente umano.

Spiagge

Le spiagge sono

lontane – prima e dopo

il mare.

Diario di lettura: Il giardino dei ciliegi #5

ATTO SECONDO

Come nel primo atto, la servitù (primadonna la Cameriera della Padrona), prepara l’ingresso dei personaggi principali.

Indicazioni di scena: esterno con cappella sbilenca e abbandonata; accanto: un pozzo, grandi pietre divelte, che furono evidentemente lastre tombali, e una panchina; una stradina conduce alla proprietà del Fratello della Padrona, lungo un ciglio corre un filare di cipressi, al di là del quale comincia il Giardino; in distanza, pali telegrafici e, all’orizzonte, indizi di una concentrazione urbana; è il tardo pomeriggio.

 

Pollock che danza sul supporto e sgocciola

Pollock che danza sul supporto e sgocciola,

eversore che pretende di intestare

all’orecchio, invece che all’occhio, la misura

del versamento pittorico.

 

Diario di lettura: Il giardino dei ciliegi #4

ATTO PRIMO

Il Mercante – Lopachin -, colui che potrebbe ancora salvare economicamente la Padrona (a costo, si capisce, dei ciliegi), è appunto il Nuovo Che Avanza, ovvero il Novecento. La sua importanza e solidità economico-finanziaria gli permette di essere brutalmente consapevole della propria infimità culturale. E lo dichiara, quasi con allegria.

Il Giardino è candidato caldamente dal Mercante a una lottizzazione edilizia. La trasparenza simbolica qui è massima: è la scena di un supplizio, il carnefice è la prosa, cioè la Modernità, la vittima offerta è la poesia, cioè la Tradizione.

Diario di lettura: Il giardino dei ciliegi #3

ATTO PRIMO

La Padrona, il denaro, la vita: l’aristocratico, naturalmente, mai si abbassa a considerare il denaro un problema. Il denaro ha a che fare con la vita, qualcosa, cioè, di immondo e di incompatibile con l’altezza e la distanza. Un motto che adesso non so citare correttamente dice all’incirca: Vivere? Che lo facciano per me i miei servi. La vita dell’aristocratico è altro dalla vita di noi bastardi tutti – quello che, impropriamente, è detto la “vita” è, propriamente, la favola dell’aristocratico.

La Padrona e il linguaggio: Ljubov’ Andreevna è capace di dire, rivedendo dopo cinque anni Trofimov, lo Studente (e ex precettore del figlio annegato bambino, nonché amoroso di sua figlia Anja): Perché sei così imbruttito, così invecchiato? A noi moderni, con la nostra raffinata sensibilità di bastardi, la domanda suona perlomeno sgarbata. Tuttavia è evidente che il linguaggio dell’aristocratico è cosa diversa dal nostro – così intenzionato invece a un calco integrale della realtà. Per l’aristocratico, la parola è, essenzialmente, racconto, mito, sempre quello – da cui, appunto, la sclerosi (per noi moderni) del mezzo verbale.

 

Diario di lettura: Il giardino dei ciliegi #2

ATTO PRIMO

Chi è la Padrona? Chi è Liubov’ Andreevna Ranevskaja?

Fuori: sulla quarantina (congettura, così, un po’ alla cazzo), bellissima, nobile, rovinata economicamente ma ancora formalmente “possidente”, due figlie vive (una adottiva), un figlio morto bambino, vedova di un avvocato (un plebeo), un amante impossibile rimasto a Parigi, un Fratello, il vecchio Firs, capo della servitù (ma la gleba è stata abolita), la cameriera personale, il giardino.

Dentro: un’aristocratica, per cominciare, e dunque un esemplare di una specie in via d’estinzione; un esemplare eccellente, però, che esprime al meglio le contraddizioni della sua manifestazione: il nuovo secolo, il Ventesimo, entra in scena, il Mondo scalpita, il punto è: la rovina economica è una forma di intromissione persuasiva, e perciò oscena, nel recinto sacro della Tradizione; detto altrimenti: c’è qualcuno o qualcosa che obbliga a sporcarsi, a smettere l’armatura della cultura per offrire il corpo nudo alla contaminazione del reale, alla macinazione della sua peristalsi – qualcuno o qualcosa che sembra obbligare all’esperienza per antonomasia dell’orrore: la novità.