Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

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See you

Intorno al 15 di luglio.

Dici che è esagerato

Dici che è esagerato,

che è ridicolo, che non funziona

(bestemmia suprema) – Ma poi? Che fai?

Ripensi mai a cosa fai, dopo

la cazzata? Ok, il viennese

sbraca per il pollo, come il napoletano

per la pastasciutta. Una minima-

comune-relatività è d’obbligo

come uno smoking per un concerto

di Yo-Yo Ma, Her Majesty

assente infreddata.

Ho sempre voglia di parlare d’altro

Ho sempre voglia di parlare d’altro,

ma più che un vizio, credo

sia una sensibilità, forse addirittura

un talento, forse

 

perfino raro… Per fare un romanzo, occorre

pazienza (dando per scontato

il mestiere). Si tratta, una o uno

non ci pensa tanto, di accompagnare,

 

passo passo, la dinamica

di ogni elemento dell’insieme – un neo-genitore

col pupo in braccio afferra all’istante.

Non voglio dire che Gadda è un anarchico –

 

non è vero – dico solo: come la mettiamo

con la Sua fondamentale allergia

al Finale? Oggi

come oggi, è gravissimo, è una malattia.

Cosa di meglio

Cosa di meglio, effettivamente,

delle braccia aperte, senza

il tranello o le note scritte

troppo piccole? Se, per un certo tempo,

la Storia sembrò

un’arrampicatrice indomita, oggi,

fa pensare molto (meglio saperlo)

a un intestino infelice*.

 

 

*Il successo saggistico del momento: Giulia Enders, L’intestino felice, Sonzogno, 2015.

Poesia agnostica

Questa, lo metto in chiaro subito,

è una poesia sui generis, cioè

agnostica – hai presente

chi, fra Morte e Risposta, sceglie

sempre la prima? – un altro modo (l’ultimo,

se no, rompo proprio i coglioni), in cui

si potrebbe dire: “consegnare”. Sì, come

un pacco postale, e, nel pacco,

il premio per un fallimento

a scelta. Il punto, naturalmente, è:

Quanto fuori è possibile stare?

In tutti i sensi, dalla migrazione,

per dire, all’aperi-cena. Essere, anche

per lo spazio di una sola vita,

inchioda, ab ovo, a un debito,

senza il quale è non-essere.

Marchingegni

Non mi interessa dire qualcosa,  se dico qualcosa, è perché

mi interessa assemblare un marchingegno

(all’occorrenza, però, vanno bene anche

“giocattolo”, “gingillo”, “soprammobile”).

 

Nell’intenzione, le mie poesie le vedo

come “oggetti” muti (o almeno ambigui).

Ciò che non sono e ciò che non vogliono

essere (questo solo, forse, posso dire),

 

è la traccia di un’individuazione memorabile

(tipo autore, concause e combinati disposti).

La prima cosa è trovare un nome

La prima cosa è trovare un nome,

evitando di riflettere troppo

sull’arbitrarietà del progetto.

 

Si offre anche per servire. Serve,

per esempio, come salvagente –

quanta roba, se no, affonda prima del tempo.

 

Last but not least, documenta

un’identità, per procedere almeno

senza cadere nel ridicolo.

 

Infine, c’è il rischio uni-

versalmente noto come

“motore immobile” – metti sulla Sixtysix.

Battuta

(Ci sono “battute” – come appunto quella sotto – standard o di routine, ancillari, puramente funzionali, naturalmente modeste e, per così dire, schive, che, liberate dall’obbligo di servire e funzionare e isolate su un palcoscenico vuoto, producono insospettate vibrazioni simboliche… Something Sklovskij.)

 

Da questa parte, prego.

Comunicazione

Giusto per scongiurare attacchi di panico dell’ultimo momento nei miei 25 lettori (chiedo scusa, eh!), preannuncio che il blog non verrà alimentato (fino a prova contraria, naturalmente) dal primo al 14 luglio.

Leo non lo sa

Leo non lo sa, crede di essere un gatto

(in apparenza lo è), ma Lui

è, al tempo stesso, un mare in burrasca

e il qualsiasi guscio di noce

 

fra le sue grinfie. Leo ha le palle – però, per esempio,

chi può dire che, senza, necessariamente,

manchi il coraggio o la concretezza?

Che palle

 

la retorica delle palle, sembra proprio

l’unica risorsa metaforica

ormai rimasta per dire:

Su, forza, un altro passo…