Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Mini romanzo #52

Non ha bisogno di essere ubriaco per ammettere che barcolla. Arrossirebbe, se osasse dire che ha una meta. Se poi affermasse che cammina, non potrebbe mai perdonarselo.

Lettore, mio prossimo

E lui arde – ma è troppo tardi. Piovono

fiocchi di fiamma, la capacità

di soffrire è infinita, a questo punto.

L’abitudine all’illusione è deleteria

soprattutto per l’anagrafe e il fisco.

D’altronde, anche le belle parole

e le buone intenzioni

sono una droga. Pericolosissima.

 

Lettore, mio prossimo, àrmati

di un’asse, una bella (Bear*,

per esempio), e voga incontro all’onda.

A un centinaio di metri

da dove nasce, stai pronto

a girarti e a raccoglierti. Quando senti

che la pendenza cresce

minacciosamente, alzati in piedi

 

e prendi tutto il vento.

 

 

*Mi sembra di ricordare qualcosa di simile, in Un mercoledì da leoni.

Qualcuno ha già piantato le cipolle

Qualcuno ha già piantato le cipolle,

malgrado qualcun’altro sostenga

che sia troppo presto e che marciranno.

Le competenze per pontificare

non hanno pezze (un diploma, un attestato –

niente). Siamo sempre nella bisca

maggiore. Una dinamica eterna mescola

diligentemente la polenta, ovvero

partisce e ripartisce i giochi. L’agitazione,

le braccia alzate, le voci.

Il peso dipende

Altro inverno alle spalle – direbbe

il poeta da strapazzo. Succede.

Il fenomeno, cioè, interessa.

È vero, è realtà, è un gioco

che sembra convenire. Tutta

merda per mosche e rugoni.

Non c’è mai un momento

che sia al riparo da improvvise ri-

capitolazioni in-

soddisfacenti. (Faccio conto d’essere

in un gorgo, tanto non cambia niente.)

Ultimi spunti michelstaedteriani:

la “pesantezza” di Céline nel video su Nazione Indiana,

Francesco Fioretti (sto leggendo La selva oscura),

il povero aereo.

Mi piace

la pizza, Lowry, la pearà

(con lesso annesso),

Renzi, Raimo, Lagioia,

e va bene, anche Giovanotti,

la persuasione, il surf, Nanni Moretti,

Kubrick, Tarantino, Sorrentino, Hitchcock,

i legumi (indistintamente), le puntarelle,

Amsterdam, Moreno Calabro, le alette

di pollo, i supplì, le polpette

(col chiodo di garofano), le olive

ascolane, le cotolette,

le mozzarelle in carrozza, le patatine,

il finocchio crudo (tagliato fine, condito

con olio, sale e pepe – tanto olio,

tanto sale, tanto pepe), Leo,

Spingina, Anita, Artiglio,

Marta.

Parla con lei

La relazione temporale è apparente,

se non proprio di comodo. Non

giardino ma savana, e le iene

ridono forte. Il capo di un filo

che non è dato seguire, qualcosa

come una prescrizione

o un discorso lasciato cadere.

 

Chiamami domani, a pranzo,

fammi sapere, tienimi al corrente,

informami, please… Ti prego,

se vuoi – ma allora, parla con lei.

Liberato

Oggi, il lavoro mi ha tenuto

incatenato due ore di più –

solo da pochi minuti sono

un uomo liberato… liberato

dall’obbligo di non sprecare

il suo tempo. Da adesso, faccio

come se il versamento, sempre

in atto, non toccasse

più le mie tasche.

Il linguaggio che uso mi tradisce

Il linguaggio che uso mi tradisce.

Non posso farmi illusioni, non posso

sperare che non succeda. Per natura

(pardon) il linguaggio è vocato alla cosa.

 

Meglio, invece, pare,

fare finta di niente, continuare

a smerdare e smerdarsi, confidando

nella disattenzione di qualcuno

 

di bocca buona.

Descrivere la musica

Nei suoi Pensieri diversi, Wittgenstein

ritorna spesso sulla possibilità

di descrivere o spiegare

una musica – oltre che a parole –

con gesti, passi di danza, espressioni facciali.

O è luce o è buio

O è luce o è buio: questa

è artrosi linguistica. Ma allora,

il problema di chi monta la bestia

è erodere gli opposti, come fanno,

col calcare, l’acqua e il vento, per esempio.