Pierluigi Rossi

Il peso? Dipende

Se devo dirmi cosa faccio

Se devo dirmi cosa faccio

(sapendo, cioè, di dover venire

subito al sodo, dato

che è con me che tratto), beh,

ammetto che faccio

anche troppo il turista;

poi, certo, ci sono

quelle cose speciali quanto

renitenti alla rappresentazione, ma posso

provare a frugarmi in tasca:

moneta, biglietto, elastico,

accendino, chiavetta,

chiave dell’auto.

 

(In questi casi benedetti,

è un’avventura. Non di rado,

riesco anche, in allungo,

a pensare, un attimo prima

del colpo di fulmine: No,

non ne vale la pena.)

Quando è in buona

Quando è in buona, volentieri,

fa lo sbruffone e non sempre

se ne accorge per primo. I soliti

invitati si attendono

la solita scena

di lui che attraversa in diagonale

la sala a passo sostenuto, al ritmo

di cinque baciamano al metro. Siede

al tavolo del Padrone di casa

e, di stagione in stagione, scala

posizioni – al momento, è a meno

di cento passi

dalla Sua destra.

Niente di strano

Niente di strano, se una o uno cede

alla tentazione di pretendere

reciprocità – è per questa

inclinazione di default al versamento

e allo spargimento

di sè. Una gagliarda aspirazione, peraltro,

a concimare dove capita, anche marciapiedi

e parcheggi, così senza ano né pori.

Quelli

Quelli che gli piace.

Ogni parola che posso dire

Ogni parola che posso dire

finisce per complicarsi e tradirsi.

Se tengo, perciò, alla sorte

della parola, è meglio

lasci perdere la verità – che è quella

che più soffre

le complicazioni e i tradimenti.

 

Meglio, dunque, operativamente, mettere

fra parentesi il mondo, limitarsi a come

è scimmiottato verbalmente – senza,

ripeto, nostalgie o chiari di luna.

Non parlo più di gabbiani, neanche

male – ho chiuso. E non importa

se mi smentisco.

Aggiustare il mondo

Riflettere sulla condizione storica dell’uomo, cioè ragionare di politica, di scienza, d’arte, significa giocare al gioco di aggiustare il mondo. In questo senso, gli aggiustamenti oscillano fra due estremi: la riforma e la rivoluzione.
Tutto cambia se l’oggetto della riflessione è la filosofia, cioè il discorso, volenti o nolenti, intorno al concetto di verità.
Oggi, però, la verità è questa: che la verità è inutile e fa male, in rapporto a ogni prospettiva di aggiustamento del mondo.
Delle due opzioni estreme, allora, la rivoluzione è la più obsoleta per il suo attaccamento al concetto di verità. Viceversa, il riformismo è più lasco e dunque più confacente allo scopo.

Avanguardia di niente

Attenzione: le parole, adesso, queste

impresse qui, non sono

l’avanguardia di niente – in particolare, non

di un soggetto che se ne serva

per promuoversi, come

di un biglietto da visita.

 

Qui, queste parole, questo suono

sono al massimo un fremito

barometrico – e, a una svelta

turbolenza, se ne deve

la registrazione. (Cose

che non stanno in piedi? Bene.)

Ludwig Wittgenstein: poesia

Un effetto in una poesia è troppo acuminato quando le vette dell’intelletto si mostrano alla luce nude, non rivestite dal cuore.

1946

 

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, edizione italiana a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, 1988, p. 107.

Ludwig Wittgenstein: cose insensate

Non temere mai di dire cose insensate! Ma ascoltale bene, quando le dici.

1947

 

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, edizione italiana a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, 1988, p. 110.

Ludwig Wittgenstein: follia e carattere

Non è obbligatorio considerare la follia come una malattia. Perché non come un improvviso – più o meno improvviso – mutamento di carattere?

1946

 

Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, edizione italiana a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, 1988, p. 106.